Lamberto Sposini: mix di eleganza e coscienza

Nato a Perugia nel 1952, Lamberto Sposini è uno dei giornalisti più amati della televisione. Di lui piace alla gente l’educazione da “college inglese”, la correttezza, la calma e la serenità, il modo elegante con cui si pone agli interlocutori, ed il modo semplice e trasparente con il quale permea ogni suo intervento. La sua carriera è iniziata nella redazione perugina del Corriere della Sera dove ha iniziato occupandosi di cronaca e sport, nel 1977 è diventato giornalista professionista e l’anno successivo ha fondato insieme ad altri colleghi la cooperativa giornalistica “l’Informazione”. Di seguito ha iniziato a collaborare con la Rai ove è approdato nel 1978 alla sede regionale umbra quale redattore ordinario e conduttore del TG regionale; nel 1982 ha lavorato per la rubrica Tam Tam e per i servizi speciali della testata. Nel 1985 ha iniziato la collaborazione con Enzo Biagi e si è occupato di “Linea Diretta”, “Spot” e il “Fatto” prima di varare due anni più tardi la riuscitissima trasmissione “Uno Mattina”. Nel 1998 è stato l’inviato del programma “Viaggio intorno all’uomo” di Sergio Zavoli e l’anno successivo è rientrato al TG1. Agli inizi degli anni ’90 ha lasciato la Rai per approdare a Mediaset dove è stato uno dei fondatori del TG5 ed ha assunto l’incarico di caporedattore centrale. Dopo otto anni densi di soddisfazioni è rientrato per un breve periodo in Rai prima di “traslocare” definitivamente per Mediaset nel giugno del 2000 ed assumere l’incarico di condirettore del TG5. Indubbiamente una carriera ricca di successi, di traguardi raggiunti, quella di Lamberto Sposini che ho avuto il privilegio di intervistare nei nuovi ed eleganti uffici di Mediaset, nel cuore di Roma e con il quale ho parlato di giornalismo, politica internazionale e Juventus.

Cosa l’ha spinta a diventare giornalista e quale consiglio si sente di dare ad un giovane che vuole intraprendere questa professione?

Sono diventato giornalista trenta anni fa, ricordo che ai miei amici liceali dicevo sempre che mi sarebbe piaciuto fare il giornalista pur non conoscendo e non sapendo a quel tempo nulla di questa professione. Ho iniziato in Umbria a concretizzare il mio sogno ed ho fatto la trafila che fanno tutti i giornalisti: prima non scrivevo, poi ho scritto dieci righe, sono passato a scrivere prima venti poi trenta righe, la prima sigla, la firma e via via tutto il resto. Oggi però questo mestiere è molto diverso da un tempo e non so se consiglierei ad un giovane di intraprendere questa professione.

E perché mai?

La professione è cambiata ed è ancora “mitizzata”, la gente pensa che sia una professione di grande appeal e di grande fascino ma in realtà il novanta per cento dei giornalisti sono degli impiegati, forse di lusso, ma degli impiegati.Purtroppo è triste ma è così.

Chi è stato il suo “maestro”?

Ne ho avuti diversi, ho avuto il privilegio di lavorare con Sergio Zavoli ed Enzo Biagi, ma considero un maestro lo stesso Enrico Mentana.

Crede che i giornalisti siano liberi fino in fondo oppure debbano rispondere e scrivere in base alle indicazioni degli editori?

Questo dipende dalla coscienza individuale, non ci sono né regolamenti né protocolli che tengono, ma se si ha la “schiena dritta” la si ha a prescindere dall’editore, e se si è accondiscendenti lo si è con chiunque, non dipende dai pezzi di carta ma, ripeto, dalla propria coscienza.

Lei è stato mai condizionato nell’esercizio della sua professione?

Forse qualcuno può anche averci provato ma io non me ne sono accorto, perché sono sempre andato avanti per la mia strada, ed ho sempre detto, scritto e fatto, quello che pensavo fosse giusto dire, scrivere e fare.

Dove inizia e dove finisce la libertà di stampa?

È un po’ la risposta di prima, inizia nelle condizioni generali date, che sono quelle della situazione politica del Paese e dello stato dell’editoria e finisce totalmente con la propria coscienza.

Trova giusto che sia abolita per i giornalisti la reclusione per il reato di diffamazione?

Discorso difficile, personalmente credo però che un giornalista se scrive una sciocchezza non è giusto che la faccia franca solo perché è un giornalista, tanto più ovviamente se è in malafede.

Per lei un giornalista deve solo “raccontare” ciò che accade o può anche rappresentare le proprie idee politiche, comportamentali, sportive…

Dipende dal contesto, dalla trasmissione in cui si lavora o dal giornale per il quale si scrive, oltre che dal ruolo che il giornalista ricopre nel momento in cui rappresenta le proprie idee. Ci sono giornalisti che fanno i cronisti ed altri che fanno gli opinionisti, è evidente che nel primo caso bisogna essere il più asettici possibile, mentre nell’altra fattispecie si può e si deve parlare più liberamente. Del resto i giornali sono “affollati” di editorialisti più o meno di parte che esprimono liberamente le proprie idee.

Quale giornalismo sogna per il futuro?

Quello che sia il più libero possibile e basato soprattutto, lo ripeto ancora una volta perché ci tengo particolarmente, sulla propria coscienza.

Crede nell’esistenza dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti e nella Federazione Nazionale della Stampa?

No. I tempi sono ormai cambiati e in un certo qual modo qualsiasi cittadino che va in giro con una telecamerina digitale e gli capita di filmare un fatto di cronaca è un testimone diretto e che facciamo, non lo facciamo scrivere perché non è iscritto all’ordine dei giornalisti? È una sciocchezza, l’ordine è concepito così solo in Italia, dovrebbe avere compiti diversi da quelli che ha e che assume…La federazione nazionale della stampa è un sindacato e nel nostro paese i sindacati sono a mio avviso un po’ troppo politicizzati, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che ne conseguono.

La Legge 150/2000 prevede che presso gli uffici stampa operino esclusivamente giornalisti. Crede sia giusto?

Sono contrario perché un soggetto che scrive e lavora per un ufficio stampa o per una personaggio pubblico è evidentemente e comprensibilmente di parte, pertanto massima stima per il ruolo e l’incarico che svolge, ma non si può negare che sia di parte e conseguentemente non deve essere necessariamente un giornalista abilitato ad assolvere tale incarico.

Se fosse stato americano avrebbe votato per Bush o per Kerry? E perché?

Non avrei votato sicuramente per Bush.

Allora avrebbe votato per Kerry.

Non necessariamente, avrei anche potuto non votare anche perché ritengo che il non voto ha pari dignità del voto. Comunque posso dirle con sicurezza che non avrei votato per Bush perché è per me un texano, un cow-boys e non mi piace il suo modo di essere.

Perché è juventino?

Perché quando ero piccolo sono rimasto estasiato da Omar Sivori, dai suoi dribbling ubriacanti e dal suo gioco effervescente e mi sono innamorato della Juventus.

…E se un giorno si scoprisse che Sivori prendeva il voltaren?

Ah, ah, anche io ho fatto spesso uso di voltaren ma non per questo sono dopato.

Pubblicato sul “Corriere del Sud Lazio” n. 47 del 2004

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