Chi ama il calcio delle figurine Panini e le voci di Nando Martellini e Paolo Valenti, Tito Stagno e Beppe Viola, Enrico Ameri e Sandro Ciotti, chi ama il calcio che vedeva scendere in campo i calciatori con le magliette dall’uno all’undici, chi ricorda con nostalgia l’odore dell’olio canforato, negli spogliatoi dell’oratorio di quartiere come in quelli di Wembley o del Meazza di San Siro, non può non aver apprezzato un numero dieci di eccellenza, umana e professionale, quale è stato il grande Giancarlo Antognoni che ha legato alla maglia gigliata e a quella della Nazionale la sua carriera e la sua fortuna professionale. Nato a Marsciano (PG) il primo aprile del 1954, il buon Giancarlo ha calcato i campi di tutto il mondo con un ineguagliabile stile, petto in fuori e testa alta, che lo ha reso un giocatore di un’eleganza ed uno stile unici, molto apprezzato anche fuori dai confini italiani. Chi scrive ha avuto il piacere di conoscerlo al “Comunale” di Firenze quarant’anni fa in occasione di un Fiorentina –  Cesena e di rincontrarlo recentemente a Soriano nel Cimino in occasione del tradizionale Premio Calabrese e di approfondire dinanzi all’amaro del capo sentimenti di un calcio lontano e diverso da quello attuale.

Giancarlo, togliamoci subito il dente e partiamo con la domanda più difficile. Quarant’anni fa, il 21 novembre del 1981, in uno scontro con il portiere del Genoa Silvano Martina, rimanesti gravemente infortunato e per qualche istante si fermò il cuore tuo e di milioni di italiani. Che emozioni provi a ricordare quel giorno?

Un momento bruttissimo e drammatico allo stesso tempo e che per fortuna posso raccontare. Eravamo sul 2 a 1 per la Fiorentina (la partita finì 3 a 2 per i viola ndr) quando ebbi un violento scontro con Martina che fece un’uscita un po’ spericolata. Attimi di grande paura, il mio cuore si fermò per qualche istante e persi conoscenza. I soccorsi furono tempestivi, immediati ed efficaci e per fortuna, ripeto, posso raccontartelo. Rimasi fuori per quattro mesi e piano piano ripartii. Questo sul piano della salute e dell’episodio in sé per sé che però ha avuto anche risvolti sul campo perché quell’anno la Fiorentina perse lo scudetto sul filo di lana con la Juventus e se non avessi saltato 14 partite forse avrei potuto dare un contributo diverso e che sarebbe potuto risultare determinante per l’assegnazione del Tricolore. Mi piace però anche ricordare che la vita quello che ti toglie a volte ti ridà ed otto mesi dopo quel grave infortunio divenni campione del mondo in Spagna con la Nazionale.

Quando hai capito che il calcio sarebbe potuto diventare la tua professione e la tua vita?

Senz’altro non da giovanissimo allorché giocavo solo per divertirmi. Direi intorno ai quindici anni, quando fui preso dal Torino e compresi che il gioco stava diventando qualcosa di più serio e di più organizzato. C’era un professionismo che si sostituiva allo svago e al divertimento ed iniziava a delinearsi un qualcosa di più importante per me.

In che ruolo hai iniziato a giocare?

All’inizio non avevo un ruolo ben definito anche se posso sintetizzare dicendoti dalla metà campo in avanti, in fase offensiva insomma.

I ragazzini di oggi quando giocano nei campi di quartiere e devono tirare una punizione, tentano di simulare Del Piero, Pirlo e Totti. Io sono cresciuto con le punizioni di Antognoni e Di Bartolomei. Quali le differenze tra la vecchia e nuova generazione e quali le similitudini tra il capitano della Roma e te?

Ahahah beh che devo dirti oggi si tenta il tiro a giro, la traiettoria beffarda, il pallonetto sopra la barriera, “Diba” ed io avevano in comune e preferivamo, senza tanti fronzoli, il tiro potente  e forte e molte volte ci è andata bene. Avevamo caratteristiche comuni come l’attaccamento alle nostre squadre, delle quali siamo stati anche i capitani, una grande tranquillità interiore, ed una professionalità alta che ci ha portato a giocare per tanto tempo. E poi, come ti ho detto, quelle punizioni molto potenti!

Il calcio non è cambiato solo nel modo di calciare le punizioni ma anche in quello di far stare in campo i giocatori.

Beh un calcio totalmente diverso e mi permetto di dire senz’altro oggi più esasperato. Una volta il gesto tecnico era più apprezzato, con il passar del tempo si sono privilegiati sempre più l’agonismo ed il tatticismo  in luogo della “giocata” e questo mi pare sia anche, purtroppo, il trend per il futuro. Lo spettatore una volta restava strabiliato da un fuoriclasse ma temo che con i nuovi orientamenti e le nuove teorie sul calcio se ne vedranno sempre meno.

Se ti dico, Jupp Durval, cosa mi rispondi?

Ahahah, beh che gli sono riconoscente. Era l’allenatore della Germania, molto serio, tra i più qualificati e famosi allenatori al mondo a quel tempo. Spesso era il selezionatore della rappresentativa dei calciatori europei che dovevano affrontare, anche per beneficienza, squadre blasonate o rappresentative del “resto del mondo” e mi inseriva sempre nell’undici titolare. Sono stato anche l’unico italiano da lui convocato. Mi stimava e bontà sua gli piaceva come giocavo. Di questa cosa ne vado fiero!   

Il nome del compagno alla Fiorentina e di altri del campionato italiano con cui hai avuto e conservato rapporti buoni anche quando hai “appeso gli scarpini al chiodo”.   

Ho sempre avuto rapporti buoni con compagni di squadra ed avversari e per quanto possibile li ho conservati anche quando ho smesso di giocare. Però se devo farti il nome di un compagno viola su tutti posso senz’altro farti quello di Moreno Roggi, eravamo diciottenni ed iniziammo il percorso alla Fiorentina insieme. Bei ricordi! Altri compagni con cui ho legato sono quelli ovviamente della Nazionale, Graziani, i poveri Scirea e Rossi, Tardelli,  Cabrini e tutti gli altri, colleghi con cui si stava spesso in ritiro insieme e si cementava l’amicizia.

Avete, voi campioni del mondo dell’82, una chat su whatsapp: cosa vi scrivete?

Beh è un modo per restare in contatto, ci facciamo gli auguri per i nostri compleanni, per le festività canoniche, parliamo del calcio che abbiamo giocato e commentiamo quello di oggi. A volte ci ritroviamo insieme per qualche evento ed è sempre un piacere abbracciarci.

21 dicembre 1977: a Liegi, Belgio – Italia 0 a 1. Gran goal su punizione, verso la fine della partita, di Giancarlo Antognoni. Ai giornalisti Enzo Bearzot dirà al termine della partita che tu saresti stato il primo convocato per i Mondiali del ’78 in Argentina. Bella soddisfazione!

Beh sì, sono tante le soddisfazioni che ho avuto nella mia carriera ed anche      l’attestazione di stima di Bearzot al fischio finale di quella partita mi lusingò e ancora mi fa piacere. A proposito della tua domanda di qualche minuto fa, devo dirti Ercole, bella punizione, la ricordo bene, una botta secca, potente e precisa. Ricordo quella partita oltre che per il gran goal anche per l’esordio di Paolo Rossi con la maglia azzurra.

Sul taccuino dell’Avvocato due nomi di calciatori italiani non approdati però sotto la Mole ma rimasti rispettivamente in Sardegna e Toscana: il nome di Gigi Riva e il tuo.

Beh un grande onore essere stati apprezzati dall’Avvocato che aveva una grande passione e una grande competenza per il calcio. Gigi rappresentava l’attaccante migliore, era il più forte di tutti in quel periodo ed era logico che la Juventus lo volesse nel suo attacco ma l’amore per la Sardegna e per i sardi fece sì che Gigi restasse al Cagliari. Anche io ero nelle mire dell’Avvocato che ad una squadra fortissima voleva aggiungere me perché era un amante della tecnica e del bel gioco e ravvisava io avessi queste caratteristiche ma anche io mi trovavo bene a Firenze ed amavo la città ed i suoi tifosi. Massima stima comunque per l’Avvocato.

Il calcio, Giancarlo, è ancora una palestra di vita e quanto è diverso “lo spogliatoio” dai tempi tuoi?

Un calcio lontano e senz’altro diverso il mio, si era più gruppo e si condivideva di più. Avevamo nei ritiri le carte, il biliardo, si stava insieme a parlare e ci si confrontava e questo determinava secondo me una maggiore coesione che generava, in senso positivo, “il gruppo”. Non vuole essere una critica la mia ma è solo la fotografia del tempo, un tempo che non c’è più. Oggi i giocatori sono più “proprietari di se stessi” e con la varie play station, i vari social, i cellulari, le cuffiette sempre nelle orecchie ed i procuratori e gli intermediari vari, fanno forse meno gruppo tra loro e quindi si nota una minore coesione rispetto ad un tempo. Poi per carità, il pallone è sempre rotondo e si gioca sempre undici contro undici ma il mio calcio è lontano da questo di oggi.

E senz’altro questo di oggi sarà lontano da quello di domani.

Temo proprio di sì?!

Pelè, Maradona, Zico, Rivera, Platini, Zidane, Del Piero, Totti e Pirlo. Dopo Giancarlo Antognoni ed Ercole Fragasso, chi è il più grande di tutti?

Ahahah tutti davvero grandissimi ma per quello che ho visto io Maradona resta il più grande di tutti. Era un fenomeno!

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