Due occhi celesti e limpidi come il mare della sua/mia Scauri, un sorriso dolcissimo, un’intelligenza acuta ed  una sensibilità sublime, una fede inossidabile. Stile e grande competenza, questo il biglietto da visita di Stefania De Vita da Scauri, moglie di Marco e mamma di Alberto. Professoressa alle superiori di storia dell’arte e direttrice alla cittadella Valdocco di Torino,  del Museo/Casa di don Bosco, il prete dei giovani, il prete sociale, il prete   che si trovava sempre, all’improvviso, intervenire a sua difesa il suo cane di nome Grigio, pronto a salvarlo  dalle minacciose ire dei delinquenti del tempo che lo vedevano alleato e salvatore di tanti giovani che portava nel suo Oratorio e che sottraeva ai malaffari dei quei poco di buono. In una tiepida mattinata di inizio anno, ho incontrato Stefania a Torino, nella casa di don Bosco, e ne è uscita fuori un’affettuosissima chiacchierata ricca di racconti, fatti, circostanze e di occhi lucidi ogniqualvolta si è accennato al nostro impareggiabile mare.  

Quando e perché ti sei avvicinata a don Bosco?

L’ho conosciuto da adulta, avevo quasi trent’anni e frequentavo la Scuola di specializzazione in beni storico/artistici a Napoli ed era il momento del tirocinio. Il direttore della Scuola mi aveva proposto alcuni musei o uffici della soprintendenza di Napoli o di Roma però non riuscivo a trovare un posto che mi piacesse e non ero soddisfatta di quelli che mi venivano prospettati. Chiamai allora una persona che davvero, credimi, non c’entrava nulla con la storia dell’arte, solo per aver un consiglio e questa persona mi confermò che effettivamente non sapeva nulla della disciplina che avevo studiato e che dovevo approfondire ma che mi indirizzò verso un Salesiano a Roma, in via Marsala, preannunciandomi che lì vi era la “SCS-Cnos, Salesiani per il sociale” e che qualche bella idea sarebbe venuta fuori. La presi in parola e mi recai a Roma a parlare con don Giovanni D’andrea, che era allora il presidente di questo ente Salesiano e da quell’incontro venne l’idea di un percorso legato alla storia dell’arte ma da vivere insieme a rifugiati e/o richiedenti asilo che frequentavano l’istituto di via Marsala che a quel tempo, non so se tutt’oggi sussiste ancora questa possibilità, permetteva loro di imparare l’italiano, di prendere la patente informatica e di frequentare altri corsi e a tutti questi percorsi formativi fu aggiunto questo, appunto, legato all’arte. Ho incontrato così, per la prima volta nella mia vita, i Salesiani.  Non esistevano convenzioni in atto con l’Università anzi ti dico che quando ne parlai con il direttore della Scuola di specializzazione di Napoli, questi mi chiese se fossi sicura di voler fare queste duecento ore con “gli sfigati”, sì, li chiamò proprio così.  Quando gli confermai la mia volontà a voler intraprendere quel tipo di percorso lui non mi ostacolò e si attivò per far partire la necessaria convenzione. In realtà non feci duecento ore  -quelle concordate sulla carta-  ma come puoi immaginare molte di più. Da lì è partita la mia avventura con i Salesiani.  

Chi è per te, che non sei una Exallieva e chi è per gli Exallievi, don Bosco?

Parto dalla seconda domanda e ti rispondo con grande semplicità perché mi è capitata questa cosa proprio un paio di mesi fa. Accompagnavo  per una visita pre-natalizia al nostro Museo il personale dell’ispettorìa. Ci trovavamo nella cameretta dove è spirato don Bosco e si leggeva un documento in cui si raccontava del suo decesso ed in particolare un passaggio di quel documento in cui i ragazzi scrivevano “torna a casa perché papà sta morendo” e il Salesiano mentre leggeva si commuoveva. Ecco, in quell’istante, Ercole, ho capito perché   gran parte dei Salesiani quando parlano di lui dicono “papà e leggendo quella sofferenza che vivevano i suoi ragazzi,  nell’istante in cui don Bosco stava lasciando la vita terrena, ho capito davvero perché un ragazzo decide di farsi Salesiano.   Per tornare alla tua domanda iniziale,  beh, a me ha cambiato la vita.  La mia vita era in un certo modo, ho fatto l’esperienza a Roma ed ha iniziato a cambiaree poi ho vissuto un’esperienza che mai avrei pensato di vivere in Sicilia in cui la mia vita è stata ribaltata completamente, ti ripeto, completamente, tanto da arrivare da lì ad un anno a trasferirmi a Torino. Ero una guida turistica e mi contattarono dicendo che stava arrivando da Torino un gruppo di quindici ragazzi che volevano fare un giro per l’isola. Figurati, sì guida ok, ma non è che conoscessi Noto proprio come le mie tasche. Mi misi a studiare un po’ e assolsi al compito con quel gruppo di ragazzi tra i quali c’era quello che poi è diventato mio marito. Un torinese che è stato proprio don Bosco a farmi incontrare. E sì, perché era con i ragazzi del Grest (ndr “Gruppo Estivo” ed è la versione estiva dell’Oratorio, dedicata ai più piccoli). Ero andata in Sicilia da mia cugina che aveva una casa famiglia e che mi invitò lì quell’estate, con ragazzi che arrivavano e partivano, con situazioni varie, con il letto che ho cambiato cinque volte in quel periodo perché tutti dovevamo adattarci alle esigenze che con queste continue partenze ed arrivi mutavano. Per quanto religiosa e praticante mai mi ero trovata a vivere quelle esperienze, a fronteggiare due sbarchi, a fare i vespri, a giocare con i minori all’Oratorio.   Poi arrivano quelli del Grest e mi innamoro e poi mi sposo. E’ stato proprio don Bosco a prendermi per le orecchie e a portarmi in Sicilia.

Cosa provi a vivere e a toccare, anche fisicamente, gli ambienti e le cose che ha inventato, creato, istituito, toccato don Bosco e che grazie a lui ora sono in centotrentaquattro Paesi del mondo?

Un’esperienza duplice, sensazioni diverse perché don Bosco è Santo ma nessuno lo chiama Santo, anche tu, Ercole, come tutti, ogni volta che ne abbiamo parlato, anche per telefono, hai detto don Bosco. Per tutti è don Bosco! Il fatto di chiamarlo “don” implica quasi una confidenza, una mancanza totale di distanza, è don Bosco, semplicemente don Bosco. Cambia quando vedi la sua faccia replicata in tutti i Paesi in cui nel mondo sono i Salesiani, te ne rendi conto quando senti i ragazzini cantare o fare dei giochi in cortile, te ne rendi conto quando vivi un’esperienza di missioni e vedi quanto i Salesiani concretamente fanno per i poveri e vedi che le case e le scuole salesiane sono uguali in tutto il mondo. Capisci di essere un chicco di riso in una risaia e nella consapevolezza che nessun chicco di riso è uguale all’altro, comprendi come in tutto il mondo si vivono lo stesso progetto e la stessa realtà creata da una persona che tutti, tu ed io compresi, chiamano semplicemente don Bosco.

Il Museo di don Bosco ha tante migliaia di visitatori l’anno.   Si scorge nei volti di costoro “la fede”?

Te ne accorgi perché quando arrivano la prima cosa che ti chiedono è quella di vedere le camerette di don Bosco. Poi si lasciano prendere da quello che vedono attorno, dai seminterrati a tutto il resto e restano rapiti da ciò che osservano ma comprendono di non essere, per così dire, nel Museo ma piuttosto nella casa di don Bosco cioè in quella di un tuo amico.

Qual è il sogno di don Bosco che ti è rimasto più “dentro”?

Quando cresci da bambino con don Bosco, nelle sue scuole e nei suoi oratori, sei forgiato in un certo modo  e apprendi ciò che ti insegnano, che ti raccontano ma quando lo conosci da donna adulta, a trent’anni, con esperienze di vita diverse, culture diverse, resti estasiata e ti chiedi “ma come hai fatto tu,  don Bosco, a fare tutte queste cose? Come faccio io da adulta a fare qualcosa per aiutare gli altri?” Perché è un dono grande, Ercole, stare qui, io non ho raggiunto niente ma è lui che mi ha raggiunto, mi ha preso da Scauri mi ha fatto fare un giro dalla Sicilia e mi ha portato qui a Torino. Già avere questa consapevolezza, analizzare il percorso che mi ha fatto fare passo dopo passo, i giovani in difficoltà che mi ha fatto incontrare anche in Spagna, a Valencia, sempre con don Giovanni D’andrea,  beh tutto questo lo ha donato lui a me.

Che esperienza è stata in Spagna?

Un’esperienza di qualche giorno con ragazzi in difficoltà, anche detenuti, ma che vivevano la loro reclusione all’interno di una struttura, in cui non c’erano neanche le sbarre alle finestre, con i Salesiani. Mi sono resa conto anche con questa esperienza che ho appena descritto, di tutto il cammino che mi ha fatto fare don Bosco, accompagnandomi per mano ed aspettandomi anche, riconoscendo che non ero sempre pronta in un certo momento. Alla fine sono arrivata a casa sua. Il chiedere di stare sempre allegri  è stato un forte insegnamento, io per esempio che sono un po’ tutta perfezionista, precisina,   “pistina”  come dicono in Piemonte, ho compreso il suo insegnamento che ci dice di come e quanto la perfezione sia nemica del bene. Ecco, quando tu ti affidi ai suoi insegnamenti ti senti più vicina a lui.

Pensi che ai giorni nostri esista un don Bosco?

Allora, sarebbe facile e forse retorico risponderti il Papa. Beh lui si, può essere realmente un don Bosco per la sua forza, per la sua necessità di aiutare i giovani i poveri, le donne, non dimentichiamo di quanto nella sua vita don Bosco abbia aiutato anche le donne. Papa Bergoglio ha una grande verve, è un altro uomo latino quindi siamo un po’ sulla sua scia.  Però ecco, il Papa è il Papa. Io però ho due persone in mente che vedo come “i don Bosco” di oggi e mi riferisco a don Stefano Mondin che è stato delegato alla pastorale giovanile sino allo scorso anno e adesso è direttore della casa Michele Rua. A parte  il fatto che è anche somigliante a lui ma poi per quello che fa per gli altri, per come ti guarda e ti aiuta, per i rapporti che crea con le Istituzioni, è proprio don Bosco.  L’altra persona è una donna, Eugenia Carfora,  una preside di Caivano,  che fu destinata ad una scuola praticamente inesistente sia per reale mancanza di studenti che per reale mancanza di locali e che è riuscita a tirare su da sola, con forza e testardaggine, un istituto importante, un alberghiero. E’ andata e  va ancora, casa per casa, a salvare quelli che lei definisce i suoi ragazzi. Lo fa in un ambiente difficile dove si spaccia e si delinque, dove si ignora e calpesta la legge. Ha avuto minacce, ritorsioni eppure lei va dritta per la sua strada per salvare quei ragazzini. Quanti più ragazzini possibile. Ecco, in un modo e nell’altro, vedo in  queste due persone l’azione di don Bosco.

Quante ore al giorno ti richiede l’impegno al Museo ops casa di don Bosco?

Sono stata chiamata per il progetto museologico ovvero “cosa esporre” e ne sono diventata la direttrice di questa casa. Ho iniziato nel 2018 questa avventura per arrivare fin qui ma sai bene come non si finisca mai, non si stacchi mai. Per impegno, per senso di responsabilità, per affetto. Quando sei a casa pensi a ciò che hai fatto, a ciò che devi fare, programmi, idei, progetti, per migliorare sempre anche il servizio che offri ai visitatori. Vivo con mio marito a Venaria eppure la domenica invece di attraversare la strada ed andare a Messa nella Chiesa a cento metri da casa nostra noi prendiamo la macchina e veniamo qui a Valdocco. Non mi stacco mai da questa casa.

Non sai distinguere, Stefania, se casa tua è quella dove vivi o questa, vero?

Ahahah esattamente te lo stavo dicendo io!

Le Istituzioni, internazionali, nazionali e locali, come si rapportano con la casa di don Bosco e con te?

Allora, questo Museo/casa è stato voluto dalla Congregazione cioè ti spiego meglio, la casa generalizia, la Congregazione,  ha chiesto proprio al Rettore Maggiore di interessarsi al ripristino di casa Pinardi ed è così che nasce quindi  il Museo che è quindi un museo del mondo. E tutto il mondo ha gli occhi puntati su questa casa. Con le Istituzioni locali si sta lavorando tantissimo proprio per permettere al museo di “volare”, di viaggiare. Tanti segnali ci sono dalle autorità locali. Quando per esempio  ci fu lo scorso anno l’alluvione in Piemonte che creò danni e disagi, il Presidente Cirio che era “sul campo” in quelle terribili ore , fece un videomessaggio in mezzo al fango per salutare l’inaugurazione del nostro Museo ristrutturato e spese parole ovviamente di elogio per don Bosco e per la sua opera. Don Bosco era l’amico di Pio IX, il prete sociale, è da tutti apprezzato.

E della famiglia Reale?

Beh un po’ meno ahahah. Volevamo creare un rapporto con le Istituzioni museali locali e considerando che Palazzo Reale è a due passi da Valdocco avevamo proposto  loro una chiacchierata per una eventuale collaborazione. Siamo andati lì ma ancor prima di aprirci le porte del Palazzo sarcasticamente hanno fatto notare come don Bosco non fosse stato buono con il Re. Si riferivano a due sogni luttuosi e premonitori che lui fece e dei quali ammonì i Reali. Sogni che realmente poi si avverarono e per i quali loro hanno ancora il dente avvelenato. Comunque, di fatto poi, difendendo ognuno le rispettive posizioni, la collaborazione è venuta fuori e ci siamo imbattuti sull’idea di un ragazzo di “cortile”, un po’ scapestrato e al quale fu messo vicino Domenico Savio per calmarlo, vissuto nel cortile di Valdocco che iniziò a studiare ed appassionarsi alla musica e divenne poi il trombettiere di Corte. Quindi il titolo del progetto “ragazzo di cortile ragazzo di Corte” sembra quanto mai appropriato ed è imminente.

Stefania De Vita e Scauri.

Stefania sì è fatta mandare lo scorso anno un po’ di foto del Golfo dal papà e le ha date a un’artista al quale ha chiesto di portarle il mare in casa. Sul divano ho un bellissimo dipinto del Golfo, Monte d’Oro (ndr e gli occhi di Stefania diventano lucidi) Gaeta sul fondo, la spiaggia e il mare. Scauri è il mare e ti accorgi, quando non ci sei, che ti manca non solo l’immagine ma anche il suo suono. Io mi sono commossa quando qualche anno fa ero a Torino e con Marco andammo una domenica ad un lago qui vicino e una barchetta accese il motore, in quell’istante, quel suono ha innescato in  me il ricordo delle barchette e del mare di Scauri e scoppiai a piangere ininterrottamente e dissi a mio marito di portarmi al mare. Scauri è la passeggiata, Scauri è il lungomare, la spiaggia, Scauri è la voglia di andare a Gaeta ma c’è traffico e non vado. C’è la Scauri che ho raccontato da guida quando facevo quel lavoro, c’è la Scauri intima, personale. Scauri è Scauri!

Don Bosco: “basta che siate giovani perché vi ami” . Tutto parte da lì!

Anche se non lo conosci da giovane, come è capitato a te, te ne innamori a qualsiasi età, come è capitato a me. Conoscere e sentire quella frase da adulta  ti fa capire che quel concetto devi farlo tuo e cercare di metterlo in pratica. Ogni giorno!

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Un pensiero su “Stefania De Vita, la direttrice di Casa don Bosco!”
  1. Una storia personale semplice e avvincente; io stesso ho frequentato il Borgo Ragazzi Don Bosco di Roma, in Via Prenestina e comprendo le sue emozioni.
    Ho colto l’entusiasmo, lo spirito di servizio, la Fede e la gioia con cui Stefania si prende cura della Casa Don Bosco, sostenuta amorevolmente dal marito che condivide con lei piccoli sacrifici e grandi soddisfazioni.
    Tutta la mia ammirazione per una bella famiglia come questa che contribuisce a diffondere la storia e gli ideali di Don Bosco.
    Ogni sera faccio le mie preghiere, senza essere bigotto, ma con semplicità e convinzione. Questa sera pregherò per loro affinché il Cielo li assista in tutte le loro opere e nella vita privata.
    Giuseppe da Roma. .

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