Roma, Oratorio Salesiano Pio XI: è lì, in quella che è stata la mia Scuola, il mio Oratorio, la mia Chiesa, il mio Teatro (la S, la O, la C e la T maiuscole sono d’obbligo) che, in un sabato mattina quasi primaverile, incrocio con Ale, nel cortile, un prete dal viso simpatico, solare, con occhi gioiosi e sguardo penetrante; sta parlando confidenzialmente con tale Abdallah, suo e mio amico marocchino e storico portiere del “Pio”. Abdu ci presenta ed iniziamo a parlare con assoluta disinvoltura – come fossimo due vecchi amici – di don Bosco, di ragazzini e nonni, di amori o presunti amori naufragati per un perché o senza un perché, di una medaglietta con l’immagine del Santo capovolta (e questa cosa la capiamo solo lui ed io), di giovani e di pallone. Io mi vanto subito, improvvidamente e ignorando (come lui stesso ignorava) – chi da lì a quarantotto ore sarebbe diventato – di aver conosciuto e amato il Pio almeno cinquant’anni prima di lui e che sono amico di Abdu da almeno trent’anni prima di lui. Nel frattempo, arriva sotto il porticato dove stiamo parlando, un pallone che il prete simpatico calcia al volo e rimanda al ragazzino che stava giocando. Mi complimento per il gesto tecnico e spostiamo il discorso sul pallone. Lui, nato a Malta, mi dice di tifare Valletta e quindi, con orgoglio, declamo il mio amore per la Juventus e telefono al volo al mio amico Guido Ugolotti, ex bomber della Roma e con un passato da allenatore e direttore tecnico a Malta, per chiedergli se ha una maglietta da calcio maltese per il mio nuovo amico Fabio. Quarantotto ore dopo, mentre sono impegnato in un progetto di lavoro con due amici Giudici ed un amico Ufficiale dei Carabinieri, una delle mie due amiche del cuore, Laura, mi invia su whatsapp una notizia stampa appena lanciata dalle agenzie: “Don Fabio Attard è il nuovo Rettor Maggiore dei Salesiani. È l’undicesimo successore di don Bosco”. E sì, quel prete così semplice, con quegli occhi così profondi, con quella palpabile pazienza e quell’abilità nel calciare il pallone con tocco sopraffino è il Discepolo di don Bosco in terra. A lui, “giovane” sessantaseienne nato a Gozo, che incarna lo spirito e la missione del Santo, spetta il compito di guidare quattordicimila Salesiani sparsi in centotrentasette Paesi nel mondo. È nato così, per caso e per mia fortuna, il rapporto affettuoso e nel nome di don Bosco, con don Fabio che oggi riapre le porte del Sacro Cuore per incontrami ancora.

Caro don Fabio, mi piace partire con questa frase “Basta che siate giovani, perché io vi ami.” Tra gli innumerevoli pensieri di don Bosco, questo è quello che a me piace di più.
Ma giustamente, credo che sia una frase che sinteticamente presenta don Bosco, il suo cuore, perché è il buon pastore. Quando noi leggiamo o studiamo la sua vita, troviamo un ragazzo che fin da piccolo ha molto sofferto a causa della morte del papà e che ha dovuto faticare e lavorare perché non avevano mezzi in famiglia per vivere; la mamma, Margherita, con tre figli, ha faticato tantissimo per poterlo far studiare. Questo vuol dire che don Bosco ha sperimentato sulla propria pelle la difficoltà, la fatica del voler andare avanti e questa, in qualche modo, è stata la molla che lo ha spinto per scoprire prima di tutto quale fosse il progetto di Dio per lui, scoprendo poi che era il doversi dedicare completamente ai giovani. Perciò in quella frase lì c’è tutto, c’è la spinta affettiva di tutta la sua energia a favore dei giovani e che è fortemente radicata nella propria esperienza e illuminata dal Vangelo e vissuta con la forza della fede! Credo che, quando don Bosco disse questa frase che a te piace, non si trovava davanti ad un discorso emotivo ma davanti ad una visione, ad un sogno con gli occhi aperti. Oggi, noi, Ercole, siamo nella Basilica del Sacro Cuore dove don Bosco ha celebrato Messa il 16 maggio 1887, interrompendola una trentina di volte piangendo, perché qui, proprio qui, dove siamo noi, lui ha capito quel famoso sogno che fece a nove anni e in cui gli apparve questa signora luminosa e udì la sua voce e le sue parole “a suo tempo tutto comprenderai.” E qui, lui ebbe l’intuizione di quella che era la verità del progetto di Dio per lui, qui veramente ha dato la conferma che per i giovani lui ha dato tutta la sua vita, tutta la sua energia. Allora questa frase, così bella, raccoglie in maniera molto sintetica quella che è la sua esperienza, tutta la sua dedizione, tutto il progetto salesiano che per noi oggi continua ad essere un richiamo molto forte.
E qui, al Sacro Cuore, voi siete ritornati come sede principale.
Siamo qui da otto anni e questa è la sede centrale ed è molto significativa per noi perché è la presenza più significativa e più importante che abbiamo su Roma di don Bosco. La costruzione di questa Basilica gli fu affidata da Papa Leone XIII e da qui scrisse la famosa lettera del 1884, la famosa lettera di Roma. Ecco perché questo luogo ha un significato molto forte per noi perché è il passato, una memoria che continua a spingerci nel presente per il futuro.
Come, dove, quando e perché è diventato prete e salesiano?
Questa è una domanda che mi fanno spesso, io vengo, come sai bene, da Malta, sono nato nell’isola più piccola di Gozo, dove dal 1949 al 1965 c’erano i Salesiani. Per vari motivi hanno dovuto lasciare quell’area però hanno lasciato un patrimonio che tutt’ora è ancora vivo. Quando i Salesiani hanno lasciato l’isola, nel dicembre 1965, io come piccolo ragazzino di sei anni ero all’Oratorio per tre mesi. Ho cominciato a frequentarlo quando avevo sei anni, nel settembre 1965 e ho avuto una doppia fortuna. La prima è stata quella che papà era l’unico catechista laico, perciò, era nella famiglia don Bosco, era molto presente e la sua fede a casa c’era e la seconda che, quando i Salesiani sono andati via, la direzione dell’Oratorio è stata presa da un sacerdote giovanissimo che aveva appena un anno di ordinazione e che era cresciuto con i Salesiani. Un giovane sacerdote che è tuttora vivo, brillante, molto intelligente, che era uno che non solo conosceva don Bosco ma lo studiava anche. Noi come piccoli ragazzi non avevamo idea del cambio perché lui ha continuato sulla stessa linea e io devo dire che da quel luogo, da quell’ambiente è nata dentro di me la vocazione e l’idea di voler nel futuro essere come quel sacerdote. Siccome non c’erano i Salesiani io sono entrato nel seminario maggiore dell’isola, a Malta; ci sono tuttora lì due seminari ed io sono entrato aiutando nello stesso Oratorio dove sono cresciuto. Lì poi si è maturata dentro di me la consapevolezza che Dio mi stava chiamando ad una vocazione, più precisamente a quella a favore dei giovani e fatto un cammino di discernimento con il mio direttore spirituale sono andato nell’isola di Malta e ho cominciato il percorso. Quando guardo indietro vedo tutta una serie di eventi, diciamo provvidenziali, come una fanciullezza iniziata con l’ultimo salesiano del posto (poi successivamente sono diventato il suo direttore), con un’eredità forte che i Salesiani hanno lasciato e che provvidenzialmente questo sacerdote diocesano ha mantenuto vivo. Un percorso, quindi – il mio – molto sereno, molto tranquillo. Il Signore ci fa capitare delle situazioni, delle occasioni, degli eventi che noi dobbiamo voler e saper cogliere.
Cosa si prova a pensare che … undici preti fa era don Bosco e ora è don Fabio?
E già, da quattro mesi sono stato eletto Rettor Maggiore. Devo confessare che ancora non ho capito del tutto cosa mi è capitato, perché io non avevo mai immaginato di trovarmi in questa posizione. Sono stato per dodici anni Consigliere generale, poi mi è stato chiesto dal precedente Rettor Maggiore Angel Fernandez Artime, oggi Cardinale, di continuare a dare una mano nel governo della congregazione, di continuare con l’animazione dell’Ispettoria e l’ho fatto con devozione e piacere. Non ero neanche all’ultimo Capitolo quando mi sono trovato chiamato ad assumere questa che è una cosa troppo bella ancora per me perché la possa capire appieno. Troppo bella però allo stesso tempo, forse, mi supera anche, nel senso, intendo, nella comprensione di cosa mi è capitato e nel capire esattamente cosa Dio vuole. Quello che sto cercando di fare è di vivere il quotidiano con l’aiuto dei miei fratelli del Consiglio generale che costituiscono un gruppo straordinario di persone molto competenti, molto dedicate e siamo tutti sintonizzati. Mi chiedo spesso cosa Dio voglia da me e la reazione è molto semplice, vivere ogni giorno quello che il Signore mi chiede di vivere e rendermi sempre disponibile con i confratelli, una cosa difficile, molto difficile, che spero di riuscire a fare ogni giorno sempre meglio. Poi mi fermo a pensare e resto sempre con quel senso di stupore, di meraviglia positiva e chiedo al Signore di aiutarmi a rispondere al meglio a quello che mi viene da tutti chiesto. Giustamente tu, Ercole, mi dici sempre quando ci sentiamo o ci vediamo che sono l’undicesimo successore di don Bosco e mi viene subito alla mente che quando guardavo i due Rettor Maggiori con cui ho lavorato, don Angel Fernandez, oggi Cardinale Artime e don Pascual Chàvez, con i quali ho avuto la fortuna di lavorare, li ammiravo tantissimo quali successori di don Bosco. Adesso che tocca mi trovo un po’ in difficoltà e mi sento un po’ perso ma mi impegno tanto per riuscire ad essere un degno successore.

Lei è don Bosco sulla terra e vedo e so bene quanta energia mette nella sua attività.
Grazie! Sì, è una cosa bella ma anche grande, grandissima quella che sono chiamato a fare. Per noi Salesiani questa appartenenza a don Bosco viene naturale, lo sentiamo padre e noi ci sentiamo suoi figli, per questo colui che è chiamato a prendere il ruolo di padre della congregazione dei padri della famiglia salesiana noi con gioia lo chiamiamo il successore di don Bosco. Tuttora, quando vedo don Pascual o quando vedo il Cardinale Artime, io li chiamo Rettor Maggiore. Adesso tocca a me questa responsabilità, rappresentare il Santo, seguire le sue orme, devo fare tanto e tutto con molta modestia, con molta umiltà perché don Bosco è troppo grande, forse inarrivabile.
Gli ex-allievi non dicono mai San Giovanni Bosco ma dicono sempre don Bosco perché lo sentono il prete, l’amico della porta accanto.
E sì, proprio per quello che stavo dicendo nella domanda precedente, noi non lo sentiamo mai lontano. È stato dichiarato Beato, è stato dichiarato Santo nel 1934 e noi continuiamo a chiamarlo come dici tu, don Bosco. Vuol dire che c’è una vicinanza umana che in qualche modo nasconde tutta una vicinanza spirituale profondissima; una vicinanza Santa che però vogliamo che non sia messa in alto e lontano ma che vogliamo toccare, vogliamo abbracciare in ogni momento. Vogliamo sentirla vicino a noi sempre perché noi continuiamo a chiamarlo don Bosco perché lo sentiamo come padre. Ovunque uno vada, quando vede la foto o la pittura o un quadro suo non dice San Giovanni ma dice, ecco, don Bosco! E credo che la sua bellezza sia proprio qui. Tu, Ercole, prima hai detto “il prete della porta accanto” che è la stessa frase che usava Papa Francesco quando parlava di lui ed io credo che realmente lui sia il Santo che cammina sempre accanto a noi e il tema della vicinanza, tutto il tema sulla quale noi insistiamo come l’assistenza nel cortile, la vicinanza ai giovani, l’ascolto dei giovani lo dimostrano chiaramente. È una vicinanza che non è solo simpatia emotiva ma è sintonia affettiva la sua e l’adulto e il giovane si pongono accanto a don Bosco con fiducia. Lui non inizia mai a parlare ma ascolta sempre con grande attenzione, ricordi il famoso evento di Bartolomeo Garelli, quel famoso otto dicembre del 1841? Don Bosco dice questo è mio amico eppure non lo conosce. Si pone sempre come amico, come attento ascoltatore, ti mette a tuo agio non in maniera superficiale ma in maniera umanamente valida, umanamente significativa.

Maria Ausiliatrice e don Bosco, un binomio inscindibile.
Chiaro! Noi in questo tema della devozione a Maria dobbiamo andare al sogno che fece a soli nove anni; quel sogno di cui un anno e mezzo fa abbiamo celebrato il bicentenario, infatti, lui nacque nel 1815 e il sogno è del 1824. Quel sogno ha indicato il campo dove doveva lavorare in mezzo a situazioni molto difficili e pericolose. La trasformazione in agnelli degli animali feroci è la trasformazione che la Madonna chiede in anime buone per i suoi figli turbolenti. La devozione mariana di don Bosco è una devozione completamente intessuta nella sua vita ed arriverà a dire “siate devoti di Maria e saprete cosa sono i miracoli”. La Basilica di Maria Ausiliatrice è una testimonianza della sua grandissima devozione e possiamo dire che la devozione a Maria è anche qui una devozione di una figliolanza che è accompagnata dalla maternità di Maria. La devozione a Maria è intessuta prima di tutto in una fede veramente sostenuta dall’Eucaristia e allo stesso tempo intessuta in una risposta verso i giovani e che si sente nel quotidiano.

Quanto sono importanti per la famiglia salesiana gli ex-allievi, i coadiutori e i laici in generale?
Allora andiamo con ordine. Gli ex-allievi sono importanti, gli ex allievi sono una testimonianza di una riconoscenza verso l’educazione ricevuta quindi non è che sono importanti, ma sono di più; sono una conferma di tutto quello che è stato recepito, assunto e fatto proprio, credo che qui entri tutto un principio di come è importante comprendere che la quotidianità dell’esperienza educativa incide pian piano sulla costruzione del carattere delle persone. Io che vado in giro per il mondo questa testimonianza la sento e la vedo, con molto piacere. Poi tu hai menzionato i laici e noi, grazie a Dio, abbiamo un’armata di laici che collaborano con noi nelle nostre case e che sono persone che hanno sposato veramente il carisma di don Bosco, che lo amano e che sono animate dai valori evangelici, dedite al bene dei ragazzi e dei giovani che educano. Il tema della crisi vocazionale dà anche ulteriore spazio ai laici che sono impegnati e vivono la missione salesiana con dedizione e amore. Poi ci sono i coadiutori, noi nelle comunità abbiamo i Salesiani che sono preti e i Salesiani che sono Salesiani ma non sono preti e li chiamiamo, appunto, coadiutori. Viviamo nelle stesse comunità, abbiamo gli stessi diritti e rispondiamo bene a don Bosco che vedeva di buon occhio l’elemento laicale che era ed è inserito proprio in tutte quelli che sono i nostri processi educativi. Abbiamo coadiutori straordinari in tutto il mondo, che vivono la laicità consacrata con una capacità straordinaria di dedizione. Abbiamo anche tantissimi animatori, anche molto giovani, specialmente nei nostri Oratori e questa cosa ci rende felici.
Lei ha girato il mondo quale Consigliere della pastorale giovanile, cosa accomuna i ragazzi e quali sono i loro sogni e i loro desideri, ma soprattutto quali strumenti possono offrirgli i Salesiani?
Quando mi chiedono qual è la differenza tra i giovani nelle varie parti del mondo, io mi fermo qualche secondo. E dopo un po’ dico che non c’è distinzione; io ho incontrato giovani dal Vietnam, ieri ho avuto un incontro con dodici ragazzi dalla Siria che sono animatori dei nostri Oratori in quella terra che ha problematiche note. Ho incontrato i giovani in Africa, i giovani in India – quando vi sono stato per tre mesi – ho incontrato i giovani in America Latina e in Europa naturalmente. È interessante quando uno scende nella profondità della propria identità, cioè quando il cuore parla al cuore, come dice Francesco di Salis, ai ragazzi. Tutti presentano la stessa struttura affettiva, il bisogno di sentirsi prima di tutto amati, accolti, accompagnati. Il desiderio di sognare con gli occhi aperti, la gioia quando incontrano adulti autentici. L’amore, la gioia, la contentezza quando si sentono ascoltati e non giudicati basicamente. E qui, caro Ercole, stiamo parlando di tutta quella che era l’esperienza di don Bosco a Valdocco. Quindi, per ritornare alla tua domanda, cosa chiedono i giovani oggi? Parliamo di una società in Occidente molto frammentata, molto anonima, dove la casa oramai non è più un focolare, ma piuttosto un luogo dove dormono ma non veramente dove crescono e dunque i giovani stanno cercando adulti capaci di ascoltarli. Adulti capaci semplicemente di mettersi come dei pellegrini in cammino, che sono capaci di comunicare gioia che non sia superficiale, che non sia gioia consumata, ma che sia gioia che alimenta, che fa emergere la speranza e questo, con il mondo globalizzato è lo stesso dappertutto, come ti dicevo. Dieci mesi fa ero in India, ho incontrato molti giovani e a loro ho fatto le stesse domande che ho fatto durante le mie visite in Spagna e le risposte sono sempre le medesime, ovunque. La grossa sfida che abbiamo oggi e, questo noi Salesiani ce l’abbiamo molto chiaro, è cercare di inserirci dentro la vita dei giovani, ascoltare l’anelito che loro hanno e allo stesso tempo metterci accanto a loro perché loro scoprano quello che desiderano. Che siano ragazzi cristiani cattolici o che siano ragazzi induisti, che siano i ragazzi che non hanno nessuna religione perché sono cresciuti in ambienti agnostici quando si tocca il cuore di un giovane lo abbiamo tolto da una brutta via. Purtroppo, oggi i giovani si trovano in una società che ha tolto loro le mappe della interiorità, che ha tolto loro i punti di riferimento e i ragazzi se non stanno attenti cadono nelle trappole di un amore che consuma, non di un amore che fa crescere.
La congregazione che guida è la più numerosa e la più diffusa al mondo. Appare evidente, quindi, come ancora sia fortemente attuale e al passo con i tempi.
Certamente sì, ma non è merito della congregazione, è merito del carisma che la congregazione ha in relazione ai bisogni dell’umanità. Avremo sempre i ragazzi, avremo sempre i giovani, avremo sempre il bisogno di aiutarli, di educarli verso quella che possiamo chiamare una crescita integrale. Il carisma salesiano troverà sempre un terreno fertile, per questo io credo che il successo stia nel fatto che noi con grande umiltà ci mettiamo all’ascolto del grido dei giovani e cerchiamo di essere servi che ascoltano, servi che si donano, servi che accettano di essere loro pellegrini.
Quanto sono importanti le Scuole salesiane e quanto lo è l’Università Pontificia salesiana?
Bene, andiamo per gradi. Allora, iniziamo con le Scuole; la Scuola salesiana è interessante perché dovunque noi siamo la Scuola salesiana parte, va avanti e cresce. Perché? Perché riesce a sposare la dimensione pedagogica con la dimensione pastorale. Il fatto che noi facciamo processi segnati dallo spirito di famiglia non significa abbassare il livello della professionalità ma significa che il livello della professionalità, tutto il tema pedagogico, tutto il tema – diciamo così – di competenza, va gestito all’interno di un clima di familiarità, di rispetto. Non bisogna essere anonimi e duri per essere professionali e credo che da questo punto di vista la Scuola salesiana riesce a portare avanti questo discorso. Interessante perché in alcuni paesi, i servizi sociali quando hanno dei casi difficili, dei casi impegnativi, se conoscono che c’è una nostra scuola lì, specialmente per la formazione professionale, i ragazzi li mandano proprio da noi perché sanno benissimo che c’è il tema educativo nel senso integrale, pedagogico e pastorale, intellettuale e umano. Per questo, nella misura che noi continuiamo ad essere fedeli a don Bosco, la nostra scuola è vincente e non importa il contesto o il Paese dove opera e si afferma ma il principio della nostra educazione che è basato sul rispetto della persona così come si incontra. Noi non cerchiamo di mettere delle condizioni né la misura, un ragazzo noi lo vediamo come creatura di Dio. A quel ragazzo noi ci poniamo come servi e basta! Nel momento in cui i ragazzi entrano in un contesto salesiano, immediatamente sentono l’emergenza, diciamo così, dei valori umani e poi noi li sosteniamo, li nutriamo con la visione evangelica della vita. L’università Pontificia salesiana è l’Università della congregazione. Questa è, una stanza molto importante per noi perché è un punto di riferimento per molti Salesiani che vengono qui a Roma per essere formati nelle varie discipline, nella scienza, nella scienza dell’educazione, nella teologia, nella filosofia, nella comunicazione sociale, perfino nelle lettere classiche. Allora, all’interno di un contesto universitario, naturalmente hai anche l’input, la dimensione della formazione salesiana, perché c’è l’attenzione allo studio della spiritualità salesiana. Secondo aspetto è che nella formazione che ricevono, c’è anche un microclima, possiamo dire, globale, cioè un salesiano studia qui e torna nella propria Ispettoria porta con sé tutta una visione mondiale della congregazione salesiana. Io ho la fortuna, essendo stato già nel Consiglio generale e di essere stato docente per sette anni all’Università, di incontrare tanti ex-allievi, che mi parlano della loro esperienza di studio da noi e che tutti mi dicono è un modello che si ripete in ogni parte del mondo nello stesso modo e questo per me è una grande soddisfazione.
Cosa direbbe oggi Giovanni ai “signori delle guerre?”
Credo che la prima cosa che farebbe sia guardarli in faccia, guardarli nei loro occhi. La cultura della guerra è bruttissima, purtroppo stiamo vedendo quello che sta capitando adesso. Una percentuale del pil che va dedicata agli armamenti, la cultura della guerra alla fine lascia solo morte e lascia solo dei poveri e le fatture delle guerre non le pagano i signori, le fatture delle guerre, a livello umano, a livello affettivo, le pagano i poveri, i malati, i rifugiati. Quanto diverso sarebbe il mondo se tutti questi miliardi che si stanno spendendo per le guerre si potessero dedicare ai processi educativi come fanno i Salesiani missionari in giro per il mondo dove con la loro presenza o attraverso la loro presenza comunicano che la vita è un valore, che l’educazione è una chiave che rompe il ciclo di povertà. Non hanno senso le guerre, provocano morti, strazio, dolore, sofferenza. Le guerre non tolgono le ingiustizie ma piuttosto le aumentano. Don Bosco faceva una cosa che stiamo cercando di fare anche noi, creava alleanze in modo tale che la proposta educativa potesse partire per poi decollare. Quando si diventa credibili anche le autorità, diciamo così, più anticlericali o che hanno poca simpatia per la Chiesa, quando vedono che la nostra proposta è sincera e leale, in qualche modo collaborano con noi. E non dimentichiamo, don Bosco stava operando in un Piemonte del 1800, quando c’è l’unità d’Italia. Non erano tempi facili, l’unità d’ideale significava anche la perdita degli Stati pontifici, l’unità significava una certa prevalenza di anticlericalismo; eppure, don Bosco cercava per il bene dei ragazzi, perché quella era la sua missione, l’alleanza. L’arte del compromesso! Ma attenzione, non l’arte del compromesso sui principi ma l’arte dell’incontro sugli obiettivi. Don Bosco ha sempre rivendicato con energia il suo essere prete nel palazzo del Re come nel palazzo dell’Arcivescovo e nel cortile con i ragazzi. Non ha mai nascosto la sua identità, non ha mai avuto vergogna di dire quello che era ma ha continuato da prete e con autenticità a lavorare per i poveri, per i ragazzi, per gli ultimi favorendo l’educazione e il rispetto per tutti e verso tutti senza distinzioni. Questo lo rendeva credibile e questo vedo girando per il mondo anche nei luoghi dove non ci sono cristiani o dove sono una minoranza; i Salesiani si pongono davanti alle autorità locali con credibilità e lealtà perché l’obiettivo è chiaro, sanno che siamo cattolici, sanno che siamo preti, sanno che siamo persone consacrate, coadiutori, ma sanno anche che non abbiamo nessun altro motivo e nessun’intenzione che non sia quella di aiutare i giovani.
Analogie differenze tra il suo predecessore don Angel Fernandez, oggi Cardinale Artime e lei?
Tutti e due siamo ferocemente dedicati al bene dei giovani così come lo sono stati tutti i Rettori che mi hanno preceduto. Don Pascual e don Angel Fernandez sono stati e sono tuttora per me anche due punti di riferimento. Ogni Rettor Maggiore, nel momento in cui ha assunto l’incarico si è reso conto della grande responsabilità assunta che è l’eredità del carisma, che va non solo salvaguardato, ma va messo in condizioni che possa crescere. Ogni Rettore viene poi con il proprio bagaglio, la propria cultura, la propria regionalità, don Artime per esempio veniva da una famiglia di pescatori ed aveva ed ha dunque la determinazione nell’affrontare le onde. Io vengo da una piccola isola che è stata una colonia e ho dovuto imparare a crescere nelle grandi città, ma ho avuto la fortuna di avere in qualche modo una miscela di cultura mediterranea e cultura britannica. Ognuno ha caratteristiche e personalità diverse che mette al servizio del carisma e dunque non hanno alcun effetto negativo sulla dedizione e la cura totale verso i giovani. Ho usato la parola feroce che vuole significare determinazione nel carisma e nell’amore di don Bosco.
Bene, e analogie e differenze tra Papa Francesco e Papa Leone XIV?
Guarda, penso ai Papi degli ultimi sessant’anni e mi vengono in mente Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, Papa Luciani, Giovanni Paolo II, Papa Benedetto e Papa Francesco e non trovo in nessuno di loro una personalità uguale o simile, sono tutti diversi tra loro però il cammino della Chiesa è continuato pur se provenivano da posti diversi e avevano culture diverse. Sono stati i successori di Pietro e si sono donati completamente e totalmente, senza riserve, al bene della Chiesa. Papa Francesco era un figlio di Sant’Ignazio, di un gesuita, perciò l’attenzione ai poveri, l’attenzione al discernimento, il leggere bene le sfide, lo stare attenti di non rimanere ancorati in una visione che sta continuamente evolvendo sono state le caratteristiche che ha messo al centro della sua azione pastorale. Papa Leone XIV, in questi due mesi e mezzo, abbiamo visto e toccato con mano che è un uomo che viene dalla cultura agostiniana, una cultura dove, se ascoltiamo bene le sue omelie, sono delle omelie dove Cristo è saldamente al centro e dove usa spesso la parola amore. Ecco, è l’ora dell’amore! Domenica scorsa ha usato l’espressione la rivoluzione dell’amore, ma qui non stiamo parlando di cose superficiali, stiamo parlando di una identità saldamente ancorata nella persona di Cristo, che diventa la forza nascosta ma potente dell’agire sul mondo. E qui siamo in piena cultura agostiniana! “Tu eri dentro di me e io fuori. È là che ti cercavo”. Sono sicuro che Papa Leone XIV continuerà il cammino della barca di Pietro. Come dicevo all’inizio, non ci sarà mai un Papa simile ad un altro per carattere, per cultura, per provenienza ma l’identità cristiana sarà sempre la stessa. E non dimentichiamo che la voce del Papa è l’unica di speranza in questo mondo che sta vivendo momenti tormentati.
Il museo di don Bosco a Torino ha migliaia di visitatori l’anno, si scorge nei loro volti la fede?
Il “museo-casa don Bosco” è stato un progetto ideato e accompagnato da Angel Cardinal Artime. È una cosa straordinaria e perfettamente riuscita, si è arrivati al punto di rappresentare il passato che è presente ed il tutto non ha nulla a che fare con l’archeologia ma è piuttosto memoria del presente. Tu puoi portare in visita un gruppo di giovani o meno giovani, di ragazzi, si fa una riflessione e si avverte la presenza di don Bosco lì, come fosse ancora vivo, tra di noi fisicamente. Sembra proprio, e tu lo sai perché ci vai spesso, che lui stia là dentro insieme ai visitatori, sembra che lui ti stia accompagnando a vedere le stanze. Si avverte il suo carisma che richiama le radici, come ho già detto, del buon pastore che si dona ai giovani, di un sacerdote che, frutto della sua personale esperienza, si è completamente dedicato al bene dei giovani. Perciò lì è una cosa straordinaria, tutte le volte che vado si ripete un’esperienza straordinaria
Qual è il sogno di don Bosco che Le è rimasto dentro?
Io sogno sempre con gli occhi aperti don Bosco accanto a me, continuamente mi lascio ispirare dalla sua presenza affettiva che è tuttora attuale perché lui non ha enunciato una teoria ma quello che lui ci ha insegnato è un sistema preventivo nel senso di opzionare tutte quelle condizioni dove il bene possa crescere. Il suo genio è favorire la bontà attraverso l’ambiente, attraverso le persone, attraverso le proposte, in modo che, quando un ragazzo entra in un ecosistema positivo, può essere anche il più discolo che c’è, ma vede il bene che c’è là dentro e trova, un ambiente che non ha mai conosciuto prima. Siccome è un ambiente positivo, fatto di spirito di famiglia, fatto di affetto, fatto di accoglienza, fatto di attenzione, tu non sei un numero ma hai un nome, hai un cognome, hai una identità. Trovi delle opportunità, un ambiente dove il bene lo vedi, lo senti. Io penso e sogno don Bosco accanto a me e vorrei sempre imitarlo, imitarlo nelle relazioni umane, con il mio ruolo, adesso, non posso seguire un gruppo dei giovani ma posso seguire i nostri ispettori e i nostri collaboratori.
Se don Bosco fosse tra noi oggi, userebbe i social per dialogare con i giovani?
Assolutamente sì, don Bosco incontrava i ragazzi dove si trovavano loro non aspettava il caso per incontrarli ed aiutarli. Se oggi i social sono così diffusi, lui li avrebbe usati per conoscere i ragazzi, allontanarli dal male e portarli nel bene, aiutarli, proteggerli. Anche attraverso i social! Dieci anni fa stavo per chiudere il mio account di facebook ma un salesiano molto esperto di social si infuriò con me e mi disse che non dovevo farlo perché io non potevo sapere quante persone leggessero i miei post e quanta speranza portassi in loro. Chiudere l’account avrebbe rappresentato perdere un’opportunità di aiuto. Il segreto dell’educatore salesiano sta nel non far cadere la sua parola dall’alto, ma piuttosto entrare e camminare insieme ai ragazzi ascoltandoli per poi aiutarli.
Ma quanto sono belli gli Oratori?
Oggi stavo leggendo un articolo, proprio su un social, che diceva che le Chiese non sono piene di persone ma gli Oratori sì. Grazie a Dio ancora rappresentano quegli spazi umanamente validi, dove i genitori si fidano e lasciano che i loro figli siano. Oggi, dove nessuno si fida di niente e di nessuno, avere i genitori che ti lasciano i figli per andare a lavorare è per noi una grande gratificazione e testimonia la bontà della nostra opera. Una fiducia che è ripagata con la grande dedizione degli animatori, il lavoro che si sta facendo, specialmente in Italia in relazione ai grest, è eccezionale.
Quanto è bella la PGS?
Bellissima, è l’esperienza dove l’Oratorio e lo sport diventano medici, dove la stessa partecipazione diventa educativa perché significa attenzione, significa appartenenza, significa assumere un impegno, significa confrontarsi con gli altri, significa insegnare che non si può fare ciò che si vuole. Quando parliamo di gioco di squadra noi il più delle volte lo identifichiamo con un tipo di sport ma attenzione perché, quando parliamo di gioco di squadra bisogna andare più in profondità. Educazione nello sport, fraternità nello sport, questo ci riporta al tema della solidarietà, al tema dell’attenzione, al tema che il mio ritmo deve prendere in considerazione il ritmo dell’altro. Quando un ragazzo vive l’esperienza sportiva c’è tutto il senso di disciplina, c’è tutto il senso di avere un obiettivo, c’è tutto il senso della consistenza, della perseveranza.
Quanto è bella la scalinata della Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice?
È bellissima tutta la Basilica, dentro e fuori, si inserisce bene nel contesto urbano e io quando vado lì dalla stazione Tuscolana vedo già i campanili e se vado giù dall’Appia verso via Santa Maria Ausiliatrice vedo quella grande scalinata. Una Chiesa bellissima dove ho vissuto per quattro anni fino a qualche mese fa. Quel quartiere mi è piaciuto tantissimo perché si vede che la Chiesa è inserita nel tessuto sociale, la presenza dei Salesiani è una presenza ispiratrice nel territorio e credo che questa sia una cosa meravigliosa, una cosa molto bella.

Che messaggio vuol mandare ai giovani per quest’estate?
Che riescano a fare gruppo, squadra con altri giovani in esperienze che siano umanamente valide e dove nessuno resti emarginato. Mi vengono in mente i grest che sono gli Oratori estivi dove tanti giovani animatori dedicano agli altri il loro tempo organizzando giochi, esperienze, divertimenti. Auguro ai giovani di trovare uno spazio, un’entità, una comunità che li aiuti ad essere protagonisti del bene vissuto e condiviso perché guarda, Ercole, i giovani quando riescono ad inserirsi, la loro felicità viene dal fatto che si sentono protagonisti e quando noi togliamo ai giovani la possibilità di essere protagonisti, diventano dei consumatori consumati.
Il 31 gennaio è da sempre una giornata di festa per milioni di persone in tutto il mondo.
Il 31 gennaio è per noi Salesiani, preti, ex-allievi, animatori, coadiutori, laci, per tutti, insomma, un giorno speciale e di festa dove ci abbracciamo tutti insieme in don Bosco, dove riflettiamo, preghiamo ed acquisiamo sempre più forza ed energia per diffondere la sua opera.
Ultima domanda, seria, serissima, la Juve è più forte della Valletta?
Ahahah, forse un po’ ma io sono della Valletta come squadra maltese e del Milan come squadra italiana e tu fai finta di dimenticarlo ahahah.
Grazie per questo pomeriggio don Fabio.
Grazie a te, un bel pomeriggio passato insieme.
