Vocalelli – Corriere dello Sport: un amore infinito

Nelle recenti interviste che mi ha concesso, il mio amico e modello Xavier Jacobelli -attuale Direttore de “Il Giorno” e nel recente passato Direttore del “Corriere dello Sport Stadio” e di “Tuttosport” mi ha parlato molto bene dei giornalisti italiani, e ha accennato in due diversi momenti al collega Vocalelli, prima suo vicario ed ora suo successore al “Corriere dello Sport Stadio”. Per dirigere il primo quotidiano sportivo italiano, che è anche tra i primissimi giornali per tiratura sul territorio nazionale, bisogna avere talento, capacità, sensibilità, correttezza, intuito e mille altre doti ancora. Non si lavora sulla scrivania, che è stata, tra gli altri, di Tosatti e Cucci, se non si possiedono queste qualità; il giudizio di Jacobelli sul nostro Direttore l’ho condiviso in pieno al termine di una lunga chiacchierata con lo stesso, interrotta solo dallo squillo ripetuto di un cellulare che reclamava attenzione. Così, in modo semplice e cordiale, Alessandro Vocalelli, quarantacinque anni, di cui ventiquattro passati a lavorare ininterrottamente, giorno e notte, per l’amato “Corriere dello Sport Stadio”, mi ha accolto con educazione da “college inglese” e dopo i convenevoli iniziali ed una sommaria conoscenza, ha iniziato con calma ed assoluta disponibilità a raccontare la sua storia al Corriere, le sue emozioni, le sue gioie ed i suoi dolori, ricordando con devoto rispetto i suoi maestri di ieri e di oggi. Alla fine, dopo il caffè e …qualche simpatica battuta sulla Arcuri, Alessandro Vocalelli mi è parso più disteso, …meno inglese ed ha accettato di patrocinare alcuni eventi sportivi – dei quali parleremo nei mesi a venire – che gli ho proposto e che già nelle scorse edizioni il Corriere dello Sport, sensibile a quelle iniziative, ha patrocinato.

Caro Direttore, il giornalismo per lei è una passione, una vocazione o una professione?

All’inizio è stata una vocazione perché quando da bambino mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo sempre il calciatore o il giornalista. Non avendo le attitudini del calciatore ma avendo la vocazione del giornalista, ho finito per fare questo mestiere, che adesso per me è quindi una professione, con grande passione. Nel mio caso vanno bene e coincidono tutti e tre i termini.

Che consigli si sente di dare ad un giovane che vuole intraprendere questa professione?

Di crederci fino in fondo e di mettercela tutta, mettendo in preventivo che ci saranno anche nel corso della carriera difficoltà e delusioni. Bisogna tenere sempre duro e fare quello in cui si crede, perché poi arriveranno anche le soddisfazioni. Negli ultimi anni questa professione è cresciuta molto, si richiede sempre una maggiore specializzazione ed una conoscenza sempre più approfondita ed adeguata del diritto, dell’informatica e delle lingue. Bisogna adeguarsi ai tempi per essere buoni giornalisti e fare un buon giornale.

Chi è stato il suo maestro e chi ha intuito per primo le sue doti giornalistiche?

Il grande Giorgio Tosatti. Fu lui ad assumermi nel 1980 ed a fare una scommessa quando avevo appena ventuno anni. Lui è stato ed è il mio modello, ancora oggi quando “faccio” il giornale penso a come lo farebbe lui. Cerco in qualche modo di adeguarmi a quello che è il suo stile, ovviamente con grande rispetto perché Tosatti è un grande maestro, un maestro autentico, ed io non mi permetto di paragonarmi neanche lontanamente a lui.

Mi è piaciuto molto l’editoriale del 10 Agosto con il quale ha assunto le redini del Corriere dello Sport Stadio e si è presentato ai suoi lettori. C’era una chiara vena romantica, parlava del suo ingresso ventiquattro anni prima al Corriere e delle emozioni che aveva vissuto quel giorno, quando mai e poi mai avrebbe pensato che ne sarebbe diventato, a distanza di oltre venti anni, il Direttore. Mi parli di quel giorno e dei Direttori che ha avuto al “Corriere dello Sport”.

Lo ricordo alla perfezione, un giorno memorabile, entravo a lavorare in un grandissimo giornale ed esaudivo la mia vocazione, ero un giornalista! Il cuore mi batteva e speravo tanto di farcela, volevo fare quel mestiere ed in quel giornale. Di Direttori ne ho avuti tanti e tutti molto validi, ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa. Tosatti era ed è il mito, colui che mi ha assunto e mi ha fatto subito crescere professionalmente, poi c’è Morace, di cui ricordo con ammirazione la perfezione, con lui il giornale era una macchina perfetta. Italo Cucci, che ho avuto in due momenti diversi quale Direttore, mi ha insegnato ad elevare il tono del giornale sportivo e a rendere lo stesso un salotto per un dibattito in cui si parlasse non solo di sport ma dove si affrontassero anche contenuti sociali che finivano poi per incidere inevitabilmente  anche  nel  mondo  sportivo.  Rammento  che mentre ero in ferie un giorno mi richiamò per inviarmi in missione a Mosca e per raccontare di quel colpo di Stato che avrebbe poi finito per cambiare costumi ed abitudini ed avere risvolti anche per lo sport. Accettai con titubanza ed andò bene. C’è poi Sconcerti, il Direttore geniale, quello che mi ha maggiormente stupito perché anche nella solita routine riusciva a trovare il particolare che destasse l’interesse del grande pubblico; davvero unico. Ed infine il suo amico, Xavier Jacobelli, del quale ero vicario e con il quale ho lavorato dieci mesi appena, cogliendone però appieno le squisite doti professionali.

Jacobelli ha fatto per me molto bene al “Corriere dello Sport” come a “Tuttosport”. Ha instaurato un ottimo rapporto con laziali e romanisti ed ha dato ai primi, forse in precedenza un po’ trascurati, ampio risalto. C’è stato lo zampino del suo vicario in tutto questo?

Ho capito perfettamente a cosa allude, alle mie simpatie laziali. Ma queste le garantisco non hanno minimamente influito sulle decisioni di Xavier, che aveva deciso in quel periodo di sposare la Lazio perché lui dà sempre molta attenzione a chi lavora seriamente, e la Lazio, che rischiava di scomparire, che ha dovuto fare rinunce importanti per il bilancio, e che poi nonostante tutto ha dato spettacolo in Italia e all’estero, lo ha colpito favorevolmente. Comunque grande attenzione in quel periodo è stata dedicata anche alla Roma.

Che rapporti ha con i tifosi di Roma e Lazio?

Ottimi, ho seguito per molti anni la Lazio di Chinaglia Presidente, di Simoni allenatore e dei vari Giordano, Manfredonia e D’Amico, ma per molti anni anche la Roma di Viola, che poi ho deciso di non seguire più, quando il Presidente passò la mano a Ciarrapico.

Per quale motivo ha voluto interrompere con la Roma quando ha smesso Viola?

Perché ritenevo che fosse finito un ciclo per la Roma ed un ciclo per Vocalelli.

La dote migliore per un giornalista?

Non fermarsi mai alle apparenze ma andare sempre a fondo alle cose.

I suoi “flop” ed i suoi “scoop”.

I flop tanti ma non gravi, non li ricordo neanche perché tendo a dimenticarli. Lo scoop più grande è stato l’annuncio che ho dato in anteprima, relativamente all’arrivo di Ottavio Bianchi sulla panchina della Roma e al cambio della guardia tra Viola e Ciarrapico.

Ha degli amici tra Presidenti, allenatori, calciatori o arbitri.?

Ho solo tre amici veri nella mia vita, gli altri sono conoscenti, buoni conoscenti, che stimo e con cui simpatizzo, ma non amici con la A maiuscola. Mancini è una persona cui sono molto legato e che stimo ma non è tra i miei tre amici.

Se sbaglia Mancini, riesce a criticarlo?

Certo, l’ho criticato aspramente anche dopo il derby con la Roma.

Va bene ma quel giorno … lei era arrabbiato.

È vero ma non scrivevo da tifoso ma da giornalista.

Un messaggio dal mondo dello sport per i nostri soldati che si trovano in Iraq.

Bravo, una domanda toccante, impegnativa e da buon giornalista. Come tutti gli italiani anche per gli sportivi sono stati giorni terribili, di angoscia e di sgomento. “Il Corriere dello Sport Stadio” ha dedicato ampio risalto a questa tragedia ed il giorno del lutto nazionale ha intitolato ”un tricolore su ogni balcone”, mettendo al centro della pagina un tricolore e sullo sfondo un carabiniere. Credo che abbiamo interpretato il sentimento popolare. Chi indossa una uniforme, proprio come chi è uno sportivo affermato, merita grande rispetto, ed è sovente un punto di riferimento per giovani e vecchi e si carica di responsabilità superiori per far bene e non deludere. Credo che sport e Forze Armate possano fare molto per il Bel Paese perché abbiamo la fortuna di avere buoni militari e buoni sportivi.

Grazie Direttore.

Grazie collega e a presto.

Pubblicato su “Forum” in data 18.12.2003

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