Carmine Falso: lo sport è una palestra di vita

È nato a Ventosa e vive a Scauri, è coniugato, ha due figli, insegna educazione motoria e ha un diploma da allenatore professionista preso sui banchi di Coverciano insieme a tanti altri mister famosi e più fortunati di lui, come Alberto Malesani, Mario Beretta, Ezio Sella e Aldo Maldera. Prima ancora di essere un valido allenatore, Carmine Falso è un uomo serio, molto legato alla famiglia, al lavoro, ai valori veri della vita ed ama trascorrere il tempo libero all’aria aperta a fare sport, per ritemprare, come dicevano i gesuiti dai quali ha studiato, corpo e mente. Un cultore, insomma, della fatica e del sudore, che ripudia pillole e reintegratori “strani” e che continua ad amare profondamente il calcio e lo sport in genere. A lui, come a tutti gli sportivi veri, piace parlare di tattiche, di marcatura a zona o a uomo, piace sentire in uno spogliatoio l’odore dell’olio canforato e vedere appesa la lavagna nera dove con il gesso disegna la tattica della sua squadra. Da giovanissimo ebbe anche il privilegio di disputare una partita intera nella Juve primavera, una partita di allenamento contro la Juve di Bettega, che mister Carmine, schierato difensore centrale in quell’occasione al fianco di Brio e Marangon, annullò. Da calciatore ha militato nelle file della Elis, nel Bettini, nella Roma primavera, nella Casertana, nella Afragolese, nella Turris e nel Formia. Da allenatore ha guidato l’Aversa, il Formia, il Cisterna, il Real Cassino, la Puteolana, il Campobasso e il Sezze Setina. Un uomo che mangia pane e pallone da trenta anni e che ha calcato da giocatore e da allenatore i campi del campionato nazionale dilettanti e della serie C, che per certi versi sono quelli del calcio più vero e più pulito.

Allora Carmine, tra doping amministrativo e doping farmaceutico, per te il calcio si può considerare ancora una palestra di vita?

E me lo chiedi? Sai perfettamente come la penso, il calcio e lo sport in genere sono praticati e seguiti da milioni di persone di tutte le età, di tutti i ceti, di tutte le religioni in tutto il Mondo. Lo sport è agonismo, è sudore, è confronto determinato e leale tra persone, forma il carattere degli uomini, da’ il senso dell’equilibrio, dell’impegno, dell’unione.  Lo sport trasmette valori di amicizia, di solidarietà, di correttezza, non possiamo mica buttare all’aria tutto il patrimonio dello sport per qualche imbecille che ricorre a sostanze vietate per falsare i risultati del campo, o per qualche imbecille che altera i bilanci a suo comodo. È evidente che in tutte le grandi comunità ci sono le pecore nere ma nel calcio, credimi, sono di color bianco la stragrande maggioranza.

Quando hai iniziato ad allenare?

Appena ho appeso gli scarpini al chiodo, come si dice in gergo, ho iniziato a fare l’allenatore in seconda del Formia di Alfredo Ballarò. Quell’anno la squadra giocava in serie C2 ed io feci una esperienza bellissima ed imparai molto dai componenti di quella società. Contemporaneamente frequentavo il corso allenatori professionisti a Coverciano e proprio mentre stavo ultimando il corso ricevetti una telefonata da Antonio Fragasso, il Direttore Sportivo, che mi comunicò che mister Ballarò era stato esonerato e che io ero stato prescelto alla guida della squadra.La notizia mi scosse perché da un lato ero dispiaciuto per il collega che aveva perso il posto e che con me era sempre stato una persona corretta e da un lato ero felice perché era per me l’occasione della vita. Esordii contro il Catanzaro e schierai tra i pali un altro esordiente, il tuo amico Alex Brunner e vincemmo per 2 a 1 tra l’euforia generale. Poi Alex è volato in serie A, con il Bologna, il Como ed oggi gioca nel Cagliari e tu sai bene quanto sia rimasto affezionato al Formia e a me che l’ho fatto esordire nel calcio professionista.

Cosa chiedi ai tuoi giocatori?

Non bisogna essere campioni per andare d’accordo con me, non chiedo colpi di tacco o stop in corsa ma solo educazione, rispetto delle regole, impegno, determinazione e lealtà, cose che tutte le persone educate sono in grado di fare. Prediligo il colloquio con i ragazzi perché credo che la comunicazione sia la cosa necessaria in ogni settore della vita.

Prediligi la “zona” o la “marcatura a uomo”?

Il calcio non lo inventiamo noi, gli allenatori dispongono le squadre in campo a seconda dei giocatori che i Presidenti gli mettono a disposizione e dei risultati che si devono conseguire. Amo il bel calcio ma a volte…conta il risultato.

Lippi, Trapattoni e Capello, dimmi la tua.

Tre grandissimi, forse i tre più grandi oggi in circolazione in tutto il Mondo. Trapattoni è stato forse il pioniere del gruppo inteso come “spogliatoio”, è un allenatore pragmatico e concreto che ha vinto molto e costituisce una figura importante del nostro calcio. Lippi è un professore, un gentleman, una persona che sembrerebbe un po’ distaccata dal gruppo ma che a me è simpatico per la sua signorilità e per la sua professionalità. Capello è un vero e proprio manager che ha studiato da manager al Milan così come Bettega ha fatto alla Juve, poi hanno proseguito per strade diverse uno in campo e uno nel mondo dirigenziale ed oggi costituiscono l’asse portante della Juve.

Se ti dico Mancini, cosa mi rispondi?

Sai benissimo che ricordo evoca in me e sai perfettamente che avendo studiato dai preti mi è stato insegnato il rispetto rigido delle regole, cosa che in una comunità civile tutti dovrebbero peraltro fare. Premesso questo, ti dico che le “regole del calcio” stabiliscono che un allenatore di una società non può essere tesserato nello stesso anno per due squadre diverse, anche nel caso di rescissione del contratto. Questa regola per il signor Mancini è stata palesemente ed ingiustificatamente violata, perché gli è stato concesso nello stesso anno di lasciare la Lazio dove era il “secondo” di Eriksson e di passare ad allenare la Fiorentina. Ebbene oltre alla prima infrazione, cioè a quella di non poter essere tesserato nello stesso anno per due squadre, al Mancio è stato consentito anche di allenare una squadra di serie A pur non essendo titolato a farlo non avendo conseguito ancora a quel tempo il relativo patentino di prima categoria. Petrucci era il commissario del settore tecnico e concesse una deroga speciale grazie alla quale Mancini ebbe modo di fare ciò che voleva in barba alle regole e di non essere squalificato così come per tali infrazioni prevedeva il regolamento. In quell’anno allenavo il Real Cassino e decisi d’accordo con la società di rescindere il contratto a metà campionato. Qualche mese più tardi sono stato contattato dal Presidente della Puteolana che militava in serie C e che mi offrì la guida della squadra. Feci due calcoli: società di prestigio, vicino casa, buona squadra e buona vetrina, rimetto gli scarpini, ok accetto. Se è stato consentito a Mancini di cambiare due squadre nello stesso anno lo può fare anche l’umile Falso, pensai con il sostegno del Presidente e della società. Così non fu, qualcuno del “palazzo” ebbe a dire che c’era una regola precisa che andava rispettata, pena la squalifica. E qui esce fuori il Carmine Falso che tu conosci ma che molti non si aspettano: decisi di non tornare indietro e di allenare ugualmente la Puteolana davanti ai giornalisti, ai tifosi, agli altri media, riuscii a portare la squadra ai play off e non sono stato squalificato. L’anno successivo ho ripreso dopo la pausa estiva ad allenare la Puteolana e tutto è andato bene, ero ancora al mio posto, il “palazzo” era rimasto fermo, non aveva “voluto vedere” o “voluto sapere”.

Ok per Mancini e se dico Luciano Moggi?

Ero giovane, prestante fisicamente, ero un buon colpitore di testa e coprivo bene la zona, non ero insomma niente male. Giocavo a Roma con il Bettini ed il Presidente Lilly Bergamo mi disse che dovevo andare a Torino a fare un provino. Ci accompagnò Luciano Moggi che a quel tempo era l’osservatore per il Lazio della Juventus; in aereo fu simpatico e mi incoraggiò, passai tre giorni bellissimi insieme alla Juve di Zoff, Bettega, Anastasi e Furino e ai più giovani Brio, Marangon e Zanone. Poi tornai a Roma e … misteri del calcio, mi ritrovai a giocare con la Roma primavera.

Hai allenato centinaia di giovani, disegnami la tua squadra migliore.

Non vorrei fare torto a nessuno perché ne ho allenati molti di buoni giocatori.

Vai, tranquillo.

Ok, in porta Alex Brunner, un ragazzo che era “vecchio” anche da giovanissimo, era già maturo quando giocava con noi a Formia in serie C. In quel periodo faceva anche il servizio di leva e lontano da casa assolveva a questi due impegni con grande serietà e determinazione. Solo l’intuito del direttore Fragasso e la sua grande forza di volontà lo hanno portato in serie A. Centrali difensivi Polenta (attuale direttore sportivo della Sambenedettese), Dionisio e Bizzarro, tutti e tre bravissimi nell’uno contro uno, a centrocampo due mastini come Migliaccio e Di Trapano e due laterali d’attacco come Genco e Vanacore, “cervello” Tavolieri, lo Zidane della serie C, avanti Pirozzi e Campilongo. E ancora, tra gli altri, Gragnaniello, Sarnelli, Trovò, Luceri, Morgagni e Cardillo. Tutti giocatori, questi che ti ho detto, che tu conosci bene e che come sai hanno calcato ed alcuni ancora calcano i campi di A, B e C. Poi vorrei Attilio Cesarano come Presidente, Antonio Fragasso come direttore sportivo e … Ercole Fragasso come addetto stampa. Che squadra, dormirei tutte le notti e vincerei sempre.

Pubblicato sul “Corriere del Sud Lazio” n. 12 del 2005

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