Enrico Varriale: “resto fedele a mamma Rai”

Enrico Varriale, quarantacinque anni da Napoli, con la sua ironia e vivacità tutta napoletana, entra al 90° minuto, anzi no, con il calcio moderno anche al 95° o al 98° minuto, nelle nostre case la domenica pomeriggio ed esattamente all’ora del tea, quando le partite di calcio sono appena finite, ci catapulta negli spogliatoi, dove l’adrenalina è ancora a mille e dove c’è chi gioisce per un goal all’ultimo minuto e chi si dispera per una rete ingiustamente annullata. Così si fa spazio tra Capello ed Ancellotti, Zeman e Lippi, Di Canio e Totti e li mette tutti in riga, decide lui chi parla per primo, seguendo anche …gli orari dei voli Alitalia. Arriva nelle nostre case con una forza prorompente prima di 90° minuto, di domenica sprint, di controcampo e della domenica sportiva e ci fa vivere gli stati d’animo dei nostri idoli in diretta, quando sono ancora sudati e in calzoncini. Tutti ci fermiamo, mia figlia Elisa qualche domenica fa disse addirittura a mia madre che mi voleva al telefono: “papà non può venire, c’è Varriale in televisione, che pizza nonna!”. E chissà in quante case capita questo.

Cosa ti ha spinto a diventare giornalista e quale consiglio ti senti di dare ad un giovane che vuole intraprendere questa professione?

I consigli per i giovani sono sempre difficili. Penso che chi è curioso della vita trova nel giornalismo la professione più bella che ci possa essere perché questo è un mestiere che proprio da questo punto di vista ti offre l’opportunità di approfondire i fatti, di conoscere le persone, di conoscere nuove realtà. Nel mio caso di conoscere anche nuovi Paesi, perché sia con la Rai che precedentemente, ho sempre avuto modo di viaggiare, perché ho fatto per molti anni l’inviato. Ai giovani che vogliono intraprendere questa professione dico di prepararsi ad una gavetta lunga che non sarà assolutamente facile perché se è vero che oggi ci sono più opportunità che sono costituite da radio, televisioni private ed internet, e che rendono più facile l’accesso alla professione, è però altrettanto vero che è più difficile arrivare a definirsi giornalisti a tutto tondo e a pieno titolo, e non ne faccio un problema di tessera professionale.

Chi è stato il tuo “maestro”?

Ne ho avuti tanti nella mia vita. Il mio primo maestro è stato Alessandro Calenda, un giornalista napoletano molto famoso che mi prese a lavorare nell’emittente privata Napoli Canale 21 nel 1978. Avevo diciotto anni e mi si spalancarono le porte del giornalismo. Due anni più tardi, nel 1980, occupandomi di cronaca, vissi professionalmente un momento molto toccante perché ci fu il terremoto. Calenda è stato un vero maestro, era un gentiluomo di altri tempi, era stato anche il direttore del giornale Roma ed era un personaggio molto vicino ad Achille Lauro. Grazie a lui ho lavorato nella emittenza privata che considero una straordinaria e fondamentale palestra di giornalismo e di vita. Calenda era un maestro di giornalismo come stile e come scrittura e mi ha insegnato a cercare ed approfondire le notizie in maniera seria e documentata. Poi sono arrivato a Roma ed ho avuto tante altre esperienze formative. Ho lavorato con un altro grande maestro che è Aldo Biscardi che sicuramente al Tg3 dell’epoca insegnava il gusto della notizia, il gusto del non fermarsi all’apparenza, il gusto di scavare e anche, perché no, di spettacolarizzare per certi aspetti la notizia e devo dire che in Rai Biscardi ha fatto un grande lavoro, ha svecchiato sicuramente l’informazione sportiva e tanti giovani giornalisti, ahimè ormai non più tanto giovani, come Cerqueti, Marco Mazzocchi, Stella Bruno e il sottoscritto, vengono da quella scuola e questo per me è sicuramente importante e gratificante.

Trovi giusto che sia abolita per i giornalisti la reclusione per il reato di diffamazione?

Penso proprio di sì. È chiaro che quando si gioca con i diritti della persona bisogna stare attenti ed agire sempre e comunque secondo coscienza e verità. Le notizie vanno controllate scrupolosamente e non bisogna mai scrivere o parlare sull’onda dello scoop o della voglia di fare prima, di andare prima in edicola o di trasmettere il servizio televisivo prima del tuo concorrente, però se in un momento così difficile e delicato si mette anche sulla testa dei giornalisti la mannaia di finire in carcere, perché comunque può scappare l’errore e la diffamazione, mi sembrerebbe proprio un attentato alla libertà di stampa. Penso che bisogna ovviamente stare attenti, le sanzioni pecuniarie, amministrative e disciplinari ci sono e non sono di poco conto, però penso che il bene della libertà di stampa sia superiore anche al rischio di diffamazione. Ripeto, bisogna stare attenti ed agire scrupolosamente ma si deve continuare ad avere la possibilità di raccontare alla gente ciò che accade, dare notizie e fare comunicazione, in modo corretto, leale e trasparente. Lo scrupolo è proprio una dote che fa parte del bagaglio di un giornalista vero.

Credi nell’esistenza dell’ordine nazionale dei giornalisti e nella federazione nazionale della stampa?

Molto nella federazione nazionale della stampa, io stesso ho fatto attività sindacale e tuttora svolgo le funzioni di comitato di redazione della mia redazione e sono stato  inoltre  anche  componente  esecutivo  dell’USIGRAI. Penso però che un sindacato che si rapporta ai tempi attuali deve essere più moderno e più flessibile. Sull’ordine nazionale dei giornalisti posso dirti che sono maturi i tempi perché cambi la sua struttura in maniera più radicale e credo che l’ordine dovrebbe incidere sull’accesso alla professione, dovrebbe diventare sempre più un istituto direi culturale o comunque in grado di gestire l’accesso. Come dicevo prima c’è ai giorni nostri una maggiore possibilità attraverso internet, giornali, radio e televisioni di accedere alla professione ma c’è forse una minore selezione rispetto a quella che poi è l’effettiva capacità e non sempre le scuole di giornalismo sono in questo sufficienti. L’ordine dovrebbe un po’ modificarsi e rendersi più attento a questo tipo di versante per amministrare una realtà che è ormai troppo grande per essere amministrata con i criteri burocratici dell’ordine di qualche tempo fa.

Come ti trovi in Rai?

Bene.

Sei stato mai corteggiato da altre grandi emittenti televisive?

Sì una volta da Biscardi quando passò a Tele +. Mi furono proposti più soldi e molti benefit vantaggiosi ma non accettai. Vedi Ercole, io credo che la Rai con tutti i limiti che in determinate epoche o situazioni può avere avuto, è stata e continua ad essere lo specchio dell’Italia, nel bene e nel male e conserva un fortissimo legame con tutti gli italiani. Certo, la concorrenza è sempre più forte ma bisogna considerare che la Rai ha fatto l’Italia negli anni ’50 e ancora oggi dall’evoluzione delle situazioni in Rai si capiscono davvero come evolvono le situazioni nel nostro paese.

Per te un giornalista deve solo “raccontare” ciò che accade o può anche rappresentare le proprie idee politiche, comportamentali, sportive…

Con moderazione può anche in taluni contesti esprimere talune idee senza comunque per le stesse condizionare la propria professione. È utopia dire che quando si racconta una cosa si è totalmente oggettivi e non incide assolutamente il fattore umano. Resta inteso che per le proprie idee non si devono distorcere i fatti perché il fatto resta la vera notizia da far passare.

Qual è la tua fede sportiva?

Napoli, fortissimamente ed orgogliosamente Napoli. C’è un luogo comune che per me è sempre attuale: si può cambiare idea politica, si può cambiare lavoro, si può cambiare moglie ma la squadra del cuore è quella e resta quella. Sono nato a Napoli dove sai scappo spesso, lì ho vissuto e sono diventato uomo ed anche professionalmente ho fatto cose importanti. Sono stato infatti testimone come giornalista dell’epopea di Maradona e i miei primi servizi al TG3 e al Processo del Lunedì coincisero con lo scudetto del Napoli del 1987;di seguito, nel 1990, sono stato addirittura inviato speciale. Anche in serie C e anche se finisse nell’interregionale seguirei con amore e passione la mia squadra. Voglio però dirti che questo mio sviscerato amore per il Napoli non mi ha impedito mai di svolgere correttamente la mia professione e a tal proposito mi fa piacere raccontare che in un Inter-Napoli di qualche anno fa, il Napoli giocò male ma realizzò una rete regolarissima con Alemao che venne ingiustamente annullata. Nel commento che feci a 90° minuto feci presente che quel goal era regolare ma avrebbe consentito al Napoli di vincere una partita che in realtà aveva giocato male e non meritava di vincere. Ricevetti una telefonata da mio fratello che mi rimbrottò e mi diede del rinnegato e del traditore ma io in quel contesto ero il giornalista Varriale e non il tifoso Varriale.

Hai conosciuto grandissimi interpreti di quel favoloso mondo che è il calcio: Agnelli, Berlusconi, Prisco, Maradona, Platini, Falcao, Zico e mille altri ancora.Chi ti ha affascinato di più e perché?

Tutti grandi personaggi ma per me il numero uno è stato l’avvocato Agnelli. L’ho conosciuto quando ormai era avanti con gli anni ma sono rimasto affascinato dalla sua eleganza, la sua cortesia, il suo inconfondibile stile nel gestire anche situazioni difficili ma sempre, ripeto, con tono e moderazione. L’avvocato Agnelli ha rappresentato lo stile Juve, lo stile Ferrari e per certi versi anche lo stile dell’Italia. Certe stupide polemiche dei giorni nostri troverebbero con lui ancora in vita, una battuta pronta a sdrammatizzare e a far capire che alla fine stiamo parlando di calcio, di pallone.

Fammi un nome del giornalista sportivo che ritieni sia il più bravo.

Beh difficile questa, dai mi chiedi troppo. Diciamo che sono molti i colleghi bravi e che io leggo con piacere Mura, Tosatti e Roberto Beccantini.

Ieri hai seguito tutta l’elezione di Carraro, se avessi dovuto votare tu, lo avresti votato?

Guarda Carraro è per me il dirigente sportivo di lungo corso più bravo degli ultimi trenta anni e con lui può rivaleggiare solo Onesti. L’idea di riconsegnare però a lui il calcio attuale, fatto di polemiche, problemi amministrativi, errori a ripetizione degli arbitri, doping e situazioni etiche poco edificanti, mi fa capire quanto sia difficile il cambio dirigenziale e generazionale per il calcio nel nostro amato paese.

Hai preso un caffè con Zoff e con Moggi dopo le liti che hai avuto con loro?

Con Moggi ieri all’hotel Hilton. Per un po’ di anni mi hanno considerato in un certo qual modo qui a Roma il “figlioccio” di Moggi e lo scambio di idee in diretta che c’è stato tra me e lui ha fatto capire con quale e quanta onestà intellettuale io svolga la mia professione. Non faccio differenza tra squadre e dirigenti ma faccio le domande che credo debba fare il giornalista in un determinato momento e a tutti alla stessa maniera. Anche con Zoff tutto bene, con lui ho chiarito tutto a Marina di Massa in occasione del premio Maestrelli che ci è stato consegnato per i rispettivi ruoli qualche tempo fa.

Sport e solidarietà, un binomio vincente?

Sì, sempre. I campioni sportivi sono degli straordinari punti di riferimento per i giovani e credo che si debba sfruttare molto più la loro disponibilità proprio perché i loro atteggiamenti e le loro azioni sono spesso seguiti dalla massa. Uno straordinario interprete di solidarietà è Francesco Totti, un grande campione anche fuori dal campo.

Pubblicato sul “Corriere del Sud Lazio” n. 6 del 2005

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