Aitante, impegnato da sempre in politica, laureato in Storia Medioevale, giornalista parlamentare di lungo corso, esperto di economia, opinionista, docente universitario, Ufficiale dei Granatieri di Sardegna nella Riserva. E, ancora e soprattutto, sposato, padre di Valerio ed Arianna, attualmente Vice Direttore di Rai Due, Cavaliere del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio ed insignito di Medaglia d’Oro (1 classe) di benemerenza della Croce Rossa Italiana. “Finge” di essere uomo di rugby ed è mio amico. Tutto questo e tante altre cose che scopriremo nel corso dell’intervista è Paolo Corsini, nato a Rimini nel 1968, che mi riceve affettuosamente con un caffè nella sede Rai di Piazza Mazzini.

Iniziamo con una domanda facile, facile. Vice direttore di Rai Due, oltre gli indubbi e riconosciuti meriti, una nomina politica Paolo?

Ahahah sì sì, facile, facile! Ma no dai, è risaputo che ti si affibbiano sempre delle etichette e delle appartenenze politiche quando ottieni una nomina e questo capita dappertutto, in tutti gli ambienti ed anche in Rai. Al momento di una designazione parte sempre il  totonomine e il gioco del “questo appartiene a questo” e via dicendo. Io sono diventato   vice direttore al giornale radio nel 2009 e quindi non si è trattato di un avanzamento o di una promozione ma della conferma del ruolo che ho continuato a svolgere non più in radio ma in TV. Il direttore di Rai 2 lo conosco bene, è un collega giornalista con il quale ho incrociato la mia strada professionale diverse volte nel corso della mia carriera e che mi ha voluto alla vice direzione per migliorare la vocazione informativa del canale che era andata un po’ perdendosi negli anni.

Bene la prima! Ordine dei Giornalisti e Federazione Nazionale della Stampa: semplici tesserini o cos’altro?

Sono due cose diverse e nelle quali mi sono cimentato con energia ed impegno. L’Ordine dei Giornalisti, nel quale sono tutt’ora in carica quale Consigliere in attesa delle imminenti elezioni,  è un elemento centrale ed importantissimo per i giornalisti e che ha o meglio avrebbe  il compito di differenziare al massimo quella che è l’informazione da dare all’opinione pubblica da quella che un tempo era chiamata propaganda e dalle sempre più frequenti fake news e boatos. La Federazione Nazionale della Stampa, che ha una tradizione pluriennale e che ha avuto un ruolo fondamentale in passato, nel tempo mi ha deluso e dopo un impegno ventennale mi sono alla fine cancellato dalla stessa. La Federazione è un sindacato unico cioè una voce unica e  siamo l’unica categoria ad aver conservato un unico strumento di rappresentanza e di tutela. Un tempo anche la Polizia di Stato aveva qualcosa di simile che da decenni ha comunque abbandonato e giustamente cambiato noi no, imperversiamo con un unico sindacato che non ha saputo adeguarsi ai tempi e all’evoluzione della professione e che rappresenta solo una parte residuale dei giornalisti -i dipendenti per intenderci- a svantaggio della maggioranza dei colleghi che svolgono dignitosamente ed egregiamente attività giornalistica negli uffici stampa o come freelance e che fanno del giornalismo la loro fonte di sostentamento. Un sindacato che ha esaurito la sua funzione di “pungolo” e di tutela e che non è in grado o non ha voglia di rappresentare e tutelare tutti non può appartenermi!

La legge 150 del 2000 è un traguardo, uno strumento utile o inutile o cosa di preciso?

Ritengo che i principi ispiratori della Legge siano stati sacrosanti ed assolutamente condivisibili ma credo che quello che sarebbe potuto essere un punto di partenza è rimasto in realtà qualcosa di inespresso  per responsabilità proprio del sindacato, che nell’ultimo decennio è stato a rimorchio della Cgil e della Uil -che è diventata ormai una dependance della Cgil- e che non ha quindi mai voluto, come si suol dire, rompere le uova nel paniere all’Aran nell’ambito delle contrattazioni nazionali e del pubblico impiego. Ne deriva, nel quadro che ti ho appena descritto, che questo atteggiamento non ha certamente aiutato a rendere effettivi i dettami della “150”.

Passo indietro, sei laureato in Storia Medioevale e finisci per diventare e fare,  pure bene, il giornalista. Spiega ai lettori questo tuo percorso.

“Pure bene” te ne assumi Tu la responsabilità Ercole eh, ahahah. Per molti anni ho ripetuto che ero uno storico prestato al giornalismo quando in realtà in quella determinata fase della vita non ero né l’uno né l’altro. Mi ero laureato da poco quando un mio caro amico e collega mi chiese se avessi voluto fare l’addetto stampa a Gianni Alemanno che era consigliere regionale del Lazio e correva per le “politiche” e se contestualmente avessi voluto anche collaborare con la Rivista Area, cult a quel tempo della destra sociale di Alemanno e Storace. L’amico in questione  era Marcello De Angelis che a breve divenne il Direttore di Area ed io accettai  di buon grado di fare l’addetto stampa ad Alemanno ed iniziai anche il praticantato per l’esame da giornalista  sia con Area, appunto,  sia con il Secolo d’Italia. Nacque tutto così, poi iniziai la collaborazione con la Radio che è durata per venti anni seguendo tutto l’iter che ben sai, collaborazione, articolo 2, contratti depotenziati sino ad essere assunto definitivamente. La mia laurea in Storia? Beh è rimasta attaccata ad una parete anche se devo dirti che la notte quando non riesco a dormire leggo vecchi saggi medioevali e mi rendo conto che in qualche modo questa formazione universitaria mi è servita e mi serve ancora molto oggi anche come giornalista perché lo storico studia e si rifà a fonti dirette ed indirette dei secoli passati  esattamente come il giornalista si rifà a fonti dirette ed indirette contemporanee. Cambia solo il contesto storico delle fonti ma sono elementi essenziali per entrambi le professioni e soprattutto  il processo mentale con cui si ci approccia alle fonti e alla scoperta e classificazione delle stesse è praticamente identico.

Sei stato mai corteggiato da emittenti concorrenti della Rai?

Beh no, questa è una cosa che forse ha interessato più la generazione giornalistica precedente alla mia. Nel momento in cui c’è stata la nascita di Mediaset qualche interscambio di vasi comunicatori o qualche passaggio ad altri contesti, anche per ottenere incarichi che dove si era non si riusciva, a torto o a ragione ad avere, è avvenuto ma ora mi sembra tutto più stabilizzato. Al netto delle mie esperienze ad Area e al Secolo d’Italia io sono nato giornalista in Rai, mi sento pienamente appagato dal prestigio dell’emittente per la quale lavoro e la mia formazione è abbastanza completa avendo fatto tantissima radio ed affacciandomi ora alla TV per cui sono molto soddisfatto di stare qui in Rai.

Chi è stato il tuo maestro?

Mah, così a bruciapelo, …diciamo che tutti quelli con cui ho lavorato mi hanno insegnato qualcosa che mi è servito e mi ha formato . Senza nulla togliere a nessuno su tutti però nutro sentimenti di grandissima stima e di riconoscenza per Giano Accame, l’ultimo repubblichino che si arruolò il 24 aprile e che è stato lo storico intellettuale della destra sociale e del Secolo d’Italia. Grandissimo esperto di giornalismo economico, materia che ha ritagliato una fetta predominante nella mia professione, Giano era una persona straordinaria che andava sempre a fondo alla verità dei fatti e che lavorava con grande energia ed entusiasmo. A lui, sì a lui devo davvero tanto.  Tanti sono i colleghi con i quali ho lavorato e sono cresciuto, come dimenticare Paolo Ruffini che ho avuto come direttore al giornale radio e lo stesso Marcello De Angelis, amico di una vita e che anch’egli ho avuto come direttore ad Area. Per non parlare poi di un noto collega che è stato il mio compagno di banco quando ero al giornale radio da precario e mi riferisco a Giovanni Floris con il quale ci si divertiva a quei tempi a fare radio e a ideare programmi di economia in radio. Si era giovani, precari ed innamorati di giornalismo e radio. Mi vengono in mente mentre parlo con te, Ercole, altri amici e colleghi importanti per me come Carmen Santoro, Andrea Buonocore ed Antonio Preziosi e anche colleghi delle agenzie come Paolo Dall’Orso.

Paolo, ti piace di più la radio o la Tv?

La radio ha occupato la quasi totalità, sino ad ora, della mia attività di giornalista quindi ho grande affetto e grande attrazione verso quella che ingiustamente è stata sempre chiamata la sorella povera o la sorella cieca della televisione. La radio è giunta alla sua terza vita perché prima è stata “scavalcata”  dalla televisione e nell’ultimo decennio dall’avvento dei social ma ha sempre, e te lo dico con orgoglio, mantenuto la propria identità ed il proprio valore e continuato con dignità ad essere presente arrivando ad avere una media di trenta milioni di ascoltatori al giorno. E’ stata, forse, messa un po’ da parte ma mai doma ed è riemersa con tutta la sua esperienza e la sua longevità ed è ancora, e ne sono felice, strumento di comunicazione indistruttibile e a trecensosessanta gradi e, soprattutto, comunica in tempo reale. Poi ha specificità e regionalizzazioni tutte sue, ha programmi dedicati interamente all’informazione piuttosto che allo sport o alla musica ma se accendi la radio trovi sempre, dovunque sei,  qualcosa da ascoltare. In Tv sono di fatto arrivato solo  a settembre anche se avevo avuto alcune esperienze con lo schermo negli anni in cui ho lavorato per Rai Parlamento, che era la quinta essenza del servizio pubblico. Raccontavo l’attività parlamentare in base ai numeri ovvero dando spazio ai vari interlocutori in base al consenso elettorale ottenuto dai singoli partiti. E’ stata un’esperienza gratificante ed arricchente  per me esattamente come lo è stata quella in cui ho seguito quale inviato “K2 cinquant’anni dopo” in occasione del cinquantenario della conquista della vetta. Queste ed altre le esperienze che prima di settembre già avevo fatto per e con la Rai TV che mi hanno fatto acquisire quei tecnicismi con la televisione che oggi inevitabilmente mi servono e mi rendono già rodato.

Mi parli di tempo di un programma di Rai Due che è ormai ai nastri  di partenza.

E sì, siamo arrivati, l’undici marzo andrà in onda in prima serata un nuovo programma di Rai Due, “Anni Venti”, che sarà un format dedicato all’informazione che era la vecchia ed originaria vocazione del canale e che con il tempo si era purtroppo persa. Forse “Virus” di Porro è stato l’ultimo contenitore di informazione di Rai Due che tornerà il giovedì sera in diretta a raccontare alla gente fatti di attualità che saranno approfonditi da un parterre di ospiti di livello. Siamo molto soddisfatti di questo nuovo programma che stiamo per lanciare e per l’energia che tutti ci stiamo mettendo.

“Anni Venti”, perché questo titolo Paolo?

Perché fino al diciannove tutti gli anni vengono scanditi anno per anno, 2000, 2001…2018, 2019 poi si passa a scandirli per decenni e questi sono gli anni Venti del 2000. Quando tra decenni si parlerà degli anni Venti inevitabilmente la mente andrà al Covid e a tutto ciò di brutto e -speriamo- anche di bello, che avrà caratterizzato il decennio che stiamo vivendo. Un po’ come l’idea tua e del tuo Generale che avete  voluto mettere nella copertina del Calendario 2021 della Croce Rossa Militare (che è proprio qui di rimpetto a me, guarda) una mascherina con lo stemma del Corpo. Quando tra trent’anni si troverà una copia di questo calendario su una bancarella immediatamente l’osservatore ne individuerà il periodo e finirà per acquistarlo.  

Cosa insegni agli studenti nei corsi di giornalismo?

Insegnavo e forse tornerò ad insegnare perché al momento essendo Consigliere dell’Ordine c’è incompatibilità con l’insegnamento. Insegnavo le cose che hanno insegnato a me Giano Accame, l’esperienza di tanti anni di giornalismo  e quello che mi diceva quando ero giovane il grande Marcello Zeri, storico, tra l’altro, de “Il Tempo” che mi ripeteva sempre che un giornalista deve raccontare ciò che accerta e ciò che vede ma non perdersi nei commenti e che non deve affezionarsi alla notizia perché con il giornale che contiene il tuo pezzo il giorno dopo ci si incarta il pesce. Curiosità, umiltà e correttezza sono per me le doti che deve possedere un buon giornalista e che lo fanno apprezzare dal lettore.

“Fingi” di fare rugby e sei Capitano dei Granatieri nella Riserva.

Ahahaha, me le aspettavo queste. Da diciottenne mi allenavo con la Primavera Rugby poi abbandonai, preso da mille altre cose, questo sport che ho riabbracciato dieci anni fa sia perché è uno sport si pratica solitamente a tarda sera e questo non mi crea eccessivi problemi con il lavoro sia perché mi consente di allentare la tensione, curare la forma fisica e stare con un gruppo di amici. Ora il covid ci ha dato una mazzata ma spero presto ognuno di noi possa riprendere la propria vita in mano e le proprie abitudini ed io possa tornare a far “finta”, come dici tu, di essere rugbista. Ufficiale dei Granatieri, e già! Mio padre è stato un Generale dell’Artiglieria Controaerea e da bimbo mia madre per farmi addormentare mi metteva in testa un berretto da Capitano di papà. Saranno stati i luccichii, i gradi, l’odore sul berretto di papà ma io mi addormentavo serenamente. A metà del corso universitario feci l’Ufficiale di complemento nei Granatieri, cosa che scherzando mio padre rimproverava sempre a mio fratello (anch’Egli rugbista -seconda linea per la precisione- ed Ufficiale di complemento) dicendo che lui, Artigliere, aveva due figli Fanti. Tutto questo rientrava ovviamente nella goliardia e nel senso di “appartenenza” all’istituzione militare verso la quale tutti in famiglia abbiamo stima ed apprezzamento. Intorno ai ventotto anni, quando ero ancora precario e lavoravo in radio in Rai nove mesi su dodici, si  presentò l’opportunità di fare un periodo di richiamo per l’avanzamento di grado e fui richiamato in servizio ed impiegato per i Vespri Siciliani e promosso poi Capitano. Anni dopo le Forze Armate hanno aperto alla Riserva Selezionata ed io ho subito aderito e sono stato impiegato in Bulgaria con i Secondo Granatieri. Insomma, per dirla tutta, non sono un rugbista ed un Capitano in servizio permanente ma sono comunque orgoglioso di far parte, seppur par time, di queste due nobili famiglie.

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