Mario Somma: il mister dalle promozioni facili

Parlare di calcio con Mario Somma è come vedere i film di Peppone e Don Camillo, i due amici-nemici che hanno infiammato la Romagna degli anni cinquanta per le loro querelle di natura politica e religiosa. Quella stessa genuinità e amor proprio di quei grandi interpreti, che non si davano mai per vinti ma che, spinti dalla forza della fede nelle loro idee e dalla testardaggine del loro carattere, portavano a termine sempre in modo vincente le loro battaglie, l’ho ritrovata in Mario Somma, nato e residente a Latina. Un uomo, il buon Mario, testardo e capace, determinato ed ostinato, che quando intraprende una strada va dritto fino in fondo, certo, che prima o poi, arriverà alla meta. Quarantadue anni, di cui trenta passati a tirare calci e ad insegnare, a tirare calci ad un pallone, aveva già deciso di fare l’allenatore quando ancora giocava, per l’amore che provava e tutt’oggi prova per il calcio e per quella sua capacità naturale di dettare i tempi di gioco ai compagni, di chiamare il fuorigioco, di rimbrottare o spronare un compagno, di parlottare con l’arbitro, che lo proclamavano leader delle squadre in cui ha militato e, secondo gli addetti ai lavori più arguti, libero alla Franco Baresi. Somma racchiude in se le caratteristiche della sua terra: il culto del lavoro, l’interpretazione fedele delle regole, l’onestà, l’amore per la semplicità, la coerenza e la pragmaticità; a lui non interessa, più di tanto, essere considerato l’allenatore del momento, quello che ha riportato in serie A l’Empoli con un calcio a volte addirittura fresco e spumeggiante ma gli piace rimanere con i piedi per terra, vivere i sentimenti comuni e restare nella sua Latina, dove torna ogni domenica a fine partita, dove trascorre le vacanze estive, dove vive le feste, dove ha parenti ed amici e dove è solito, quando può, prendere il sole allo stabilimento Tirreno o pescare in tutta tranquillità, pensando magari, nel silenzio religioso del momento, ad un nuovo schema o a una nuova tattica. Quest’anno, però, non ha trascorso le sue vacanze estive a Latina perché è andato a Coverciano a frequentare il corso per allenatori professionisti, che si è guadagnato sul campo per meriti sportivi e che lo ha visto seduto vicino ad altri colleghi illustri a seguire con interesse e passione le lezioni e superare brillantemente le prove finali con cento dieci e lode tra gli applausi generali.

Allora Mario, non ti starai mica ubriacando con tutto questo spumante: prima l’Empoli in serie A e poi “cento dieci” a Coverciano, proprio un bel momento.

Due grandi gioie che divido con quanti mi vogliono bene e mi seguono con affetto. La promozione con l’Empoli è la terza consecutiva e mi gratifica del lavoro duro, serio e ben programmato che ho fatto insieme alla società, ai miei collaboratori e ai giocatori. Un campionato avvincente, che abbiamo condotto con grande impegno e senza mai abbatterci, forti dei risultati positivi che conseguivamo e determinati nel voler conseguire a tutti i costi la promozione, sia perché ritenevamo che avevamo le carte in regola per raggiungerla e sia perché volevamo restituire al nostro meraviglioso pubblico la serie A.

Hai sempre speso parole molto positive per i tifosi dell’Empoli, cosa fanno di speciale?

Sono tifosi eccezionali, sia quelli della curva sia quelli degli altri settori, che vivono il calcio così come andrebbe vissuto, con allegria, spensieratezza e consapevoli che si tratta di sport. Seguono con grande passione la squadra, la incoraggiano dal primo all’ultimo momento ma non degenerano mai in atteggiamenti sconsiderati o atti vandalici, non rientra nel loro modo di interpretare il calcio e per questo io sono felice, perché interpretano lo sport come me.

E tu come lo interpreti? Credi che il calcio sia sempre una palestra di vita?

Il calcio è uno sport bellissimo e vivere lo spogliatoio è una cosa molto gratificante e apprezzabile dal punto di vista umano. Pensa che ogni domenica porto in tutti gli stadi d’Italia, mio figlio Michele, che è con me negli spogliatoi, siede in panchina vicino a me, trepida ed esulta come un componente della squadra. Tutti gli arbitri lo conoscono e la Gazzetta dello Sport gli ha dedicato addirittura mezza pagina per parlare di questa cosa, che è senz’altro una novità nel calcio dei miliardi e delle televisioni. Se porto mio figlio con me è evidente che ho grande considerazione del valore altamente pedagogico del calcio e soprattutto dello spogliatoio, dove si vivono emozioni forti e dove si cerca di costruire una vittoria tutti insieme, aiutandosi e capendosi tutti, come si fa nelle vere famiglie.

Ma questo calcio di cui parli Tu, ha anche tracce di doping amministrativo e farmaceutico.

Di quello amministrativo non so cosa dirti perché non si consuma nel rettangolo di gioco mentre dell’altro, che ripudio totalmente, posso dirti che solo in pochi vi fanno ricorso perché io che vivo da trenta anni il calcio, prima come calciatore e poi come allenatore, non ho mai trovato alcuno che ha proposto ai miei compagni di squadra o a me prima e ai miei giocatori oggi, di farne uso. È evidente, che trattandosi di una grande comunità, il calcio ha al suo interno qualcuno che non si attenga alle regole e che usi artifizi per migliorare le proprie prestazioni ma questo può succedere in tutti gli ambienti di lavoro. Il campione non ha bisogno di ricorrere a queste soluzioni e troppo alto sarebbe il rischio di essere scoperto e di buttare all’aria una carriera. Chi parla di doping diffuso nel calcio non sa bene di cosa sta parlando e cerca solo di infangare uno sport, che per la stragrande maggioranza degli atleti e degli addetti ai lavori, che lo praticano o ne fanno parte, è tra i più puliti e tra i più belli al mondo.

Da quanto sei nel calcio?

Da ragazzino, come tutti. Mi è sempre piaciuto giocare a pallone e ho avuto un passaggio anche nel settore giovanile del Genoa, dove sono rimasto per ben quattro anni e dove è aumentata la mia voglia di pallone. Poi, dopo aver giocato in altre società sono arrivato in serie C e ho giocato per quattordici anni in questa nobile categoria del calcio.

Leader dello spogliatoio e per alcuni addirittura libero alla Baresi, vero?

Sono gli altri che ti considerano leader, non posso certo dire io se lo ero o meno; per quanto riguarda Baresi posso confermarti che, con le dovute ed evidenti differenze che c’erano tra noi, il mio modo di giocare era simile al suo. Dettavo i tempi alla squadra e gestivo lo spogliatoio e il rapporto con i compagni, ero una sorta di braccio armato del mister in campo.

Il ricordo più bello che porti dentro di te?

Mille emozioni e mille ricordi, tutti positivi e che rimarranno indelebili a vita, ma se devo proprio citarne uno, penso alla promozione in serie B con la Salernitana, dopo venticinque anni di attesa. Fu una gioia immensa per tutti, per la società, per noi giocatori e per i tifosi che ci considerarono veri e propri eroi.

Quando hai deciso di fare l’allenatore?

Già quando giocavo avevo come ti ho detto quella inclinazione ed io volevo a tutti costi raggiungere quell’obiettivo, non mi ponevo il problema se diventare allenatore di scuola calcio o dei serie A perché a me piaceva allenare a qualsiasi livello.

È vero che, tanta la passione, hai sottoscritto anche un contratto da allenatore, che prevedeva solo rimborsi spese?

Si, un contratto con la Cavese che prevedeva remunerazione solo per le vittorie e …noi vincemmo ventiquattro partite su ventotto.

Cosa ricordi delle tue esperienze nel sud pontino?

Tutto e tutti, ricordi nitidissimi che rimarranno sempre nel mio cuore. Sono nato e cresciuto, umanamente e professionalmente, a Latina e dintorni e le esperienze sulle panchine del Cisterna e del Terracina oltre a quella sulla panchina della squadra dell’ordine degli avvocati di Latina, mi hanno forgiato e lanciato nel grande calcio. Senza quelle esperienze, umanamente e professionalmente impagabili, non sarei oggi un allenatore di serie A.

Sei un mister a zona o a uomo?

Tendenzialmente a zona.

Come ti trovi a Empoli e che rapporti hai con la dirigenza, con la squadra e i tifosi?

Empoli è una città bellissima, è molto più piccola di Latina, che è la mia città e si vive a meraviglia, tutti si conoscono e tutto funziona bene.Ho rapporti molto buoni con la società, i giocatori e i tifosi, che come ti ho detto sono straordinari.

Cosa prometti a questi tifosi?

Un buon calcio, tanto impegno e tanta serietà, la speranza di rimanere in serie A e quella che le squadre che ci incontreranno cambino il loro modulo abituale per affrontarci: significherebbe che generiamo paura.

Dammi uno scoop?

Non è uno scoop, ma un dato di fatto: due giovani che sono stati con me in passato, Benedetto Mangiapane e Giorgio Minieri, si stanno allenando con noi e spero che la società li faccia rimanere al termine della preparazione.

Come vivi la lontananza dalla famiglia?

Mi spiace non essere con loro tutti i giorni, ma questo tipo di lavoro non te lo consente, comunque li sento più volte al giorno e poi devi sapere che tutti i venerdì, terminate le lezioni, mia moglie Carmen prende a scuola i miei figli, Manuela e Michele e mi raggiunge ovunque io sia. Viviamo il fine settimana e partita insieme e… Michele viene anche in panchina.

So che ci sono anche altre due persone che ti seguono in tutta Italia, ovunque gioca la tua squadra.

Si, si tratta di mio fratello Tonino e di Gaetano, un mio amico avvocato.

Pubblicato sul “Corriere del Sud Lazio” n. 28 del 2005

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