Era una delle figurine dell’album Panini più difficile da trovare, vedevi ragazzini sul muretto del quartiere o sulle scale dell’Oratorio mercanteggiare  per averlo in cambio di quindici, venti, una volta, ricordo nitidamente,  addirittura trenta doppioni. Si prese la sua figurina Lello del Tuscolano, il figlio del macellaio, che poi,  felice come una Pasqua, mi offrì un latte e nesquik con i biscotti a ferro di cavallo e le punte al cioccolato, quelli che  ancora oggi sono i miei preferiti. Se non avevi lui, Guido Ugolotti, l’album nel quale tuo nonno e tuo padre avevano “investito” parte della loro pensione e del loro stipendio per comprarti quotidianamente le figurine, rimaneva incompleto. Un giorno, tanti chili e tanti capelli fa, vengo invitato da Rete Oro, nota emittente televisiva capitolina, quale opinionista, in quella che poi divenne una tappa fissa (insieme a lui e ad altri campioni di calcio e colleghi giornalisti) per due stagioni. Appena incrocio il suo sguardo mentre i tecnici ci “microfonano”, tradendo il mio aplomb britannico e con tanto di gemelli ai polsi della camicia,  pochette nel taschino della giacca e consueta stilografica in mano per firmare la liberatoria di rito, esclamo “…mortacci, ma Tu sei Ugolotti” e la mente scorre inevitabilmente e con un pizzico di nostalgia ed emozione all’Ercole adolescente, tutto ricci e ai suoi coetanei quattordicenni che per Ugolotti avrebbero dato …  quindici, venti, una volta, ricordo nitidamente, addirittura trenta doppioni. Da quel momento è nata una straordinaria amicizia, frutto anche di altre inaspettate amicizie in comune e dell’amore che ci lega per la vita semplice, quella, per intenderci,  di uno spaghetto aglio, olio e peperoncino organizzato al volo e accompagnato da un buon bicchiere di vino. Così, tanto per stare insieme a parlare di pallone e non di calcio! Ieri dovevamo trovare una scusa per andare a “scoccare” un lauto pranzo al miglior ristoratore di Trastevere, il famoso Ivo,  ed allora ci siamo inventati questa intervista nella quale Guido racconta, tra bruschette, supplì, tonnarelli, tiramisù e grappino,  la sua carriera di calciatore prima e di allenatore poi, di commentatore e opinionista e di esperto di tante altre cose. 

Allora Guido, occhio alla bruschetta che ti macchi.

Ah, ah, ah.

Stato civile.

Sono nato a Massa sessantadue anni fa, sono sposato una romana di nome Emanuela ed ho due figli, Diego e Jacopo.

Quando ti sei reso conto che dal Super Santos passavi al pallone di cuoio, ovvero che potevi fare del calcio la tua professione?

Le aspettative c’erano perché quando da una città di provincia vieni preso da ragazzino e portato a Roma ed inizi le trafile nel settore giovanile della Roma le speranze  le hai e le coltivi ma non sei mai sicuro perché tutto potrebbe finire all’improvviso e quello che è un sogno può drasticamente sparire. Non hai certezze ma solo tanta speranza e questo fino a quando non ti fanno il contratto ed entri nel mondo del professionismo ed è lì che capisci che ce l’hai fatta ma devi impegnarti e sacrificarti tutti i giorni perché questo possa durare il più a lungo possibile.

Nasci attaccante o hai ricoperto altri ruoli?

Quando venni a Roma da Spezia, città dove poco dopo che nacqui mi trasferii con la mia famiglia, giocavo a centrocampo, ero un trequartista con i piedi abbastanza buoni poi accadde che un attaccante si infortunò  e l’allenatore Orlando Di Nitto decise di schierarmi la domenica successiva centravanti ed io feci bene in quella partita, rimasi in quel ruolo e feci tantissimi goal in quel campionato.

Prima della Roma dove giocavi?

Nella Migliarinese, che è la squadra di un quartiere di Spezia, dove inizio ovviamente nel settore giovanile per poi esordire con la “prima squadra” in prima categoria dove devo aver fatto davvero bene se squadre del calibro  dell’Inter, del Milan, della Fiorentina e del Toro, ben dieci volte il Toro, mi chiamano per dei provini. Addirittura con il Toro giocai una partita vestendo la maglia numero dieci al Picco di La Spezia contro una giovanile spezzina ma alla fine però nessuno mi prese, né il Toro né tutte le altre. L’unica società che sembrava essere più convincente era il Genoa ma mio padre non voleva facessi su e giù con il treno da Spezia a Genova e non acconsentì. Se fossi andato nelle altre squadre che ti ho citato mi sarei trasferito nei loro pensionati ma questo pendolarismo mio padre non lo accettava proprio. Poi arrivò una convocazione a Roma per giocare negli allievi ed io fui accompagnato dai miei genitori nella Capitale, mi sistemò la società in un loro pensionato ad Ostia dove vivevano tutti ragazzi  provenienti da altre città ed io feci tutta la trafila dagli allievi alla primavera fino ad esordire e giocare con la prima squadra per quasi quattro anni.

Ricordi del tuo esordio con la maglia giallorossa?

Si, bellissimi, esordii pensa, proprio contro il Toro che mi aveva chiamato per tanti provini ma non mi aveva mai preso. Era il Toro fortissimo di Graziani, Sala, Pulici, Pecci, Castellini, Zaccarelli ed era passato in vantaggio con Pulici, aveva pareggiato Agostino Di Bartolomei  per la Roma ed io entrai nel secondo tempo sul punteggio di parità  e segnai il goal del 2 a 1 all’ottantasettesimo minuto che ci diede la vittoria. Si aprì un mondo per me! Poi segnai anche alla seconda giornata di campionato ed anche alla terza quindi arrivò la pausa per una partita della Nazionale ed io mi ritrovai ad essere capocannoniere dopo tre giornate di serie “A”. Però la fortuna mi abbandonò, ti spiego. La società intratteneva per il tramite del professor Thrillah, che aveva curato Francesco Rocca, dei buoni rapporti con il Lione ed organizzò due amichevoli che si sarebbero svolte una in Francia proprio in occasione della pausa del campionato per l’impegno della Nazionale ed una a più in là a Roma. Il mister, Gustavo Giagnoni, che mi aveva fatto esordire in “A” qualche domenica prima, mi prese da parte e mi disse che siccome era un momento magico il mio, voleva farmi riposare e non correre il rischio di infortuni pertanto preferiva non farmi giocare un’amichevole ma tenermi pronto per il campionato la domenica successiva ed il discorso mi parve logico e lo accettai di buon grado  senonché il giorno successivo, a quindici minuti dalla fine della partita, cambiò idea e mi fece entrare ed io dopo appena dieci minuti mi ruppi la caviglia, frattura del perone e diastasi della pinza della caviglia. Alle 20.30 ero in campo e dodici ore dopo, alle otto e trenta di mattina ero in sala operatoria sotto  le mani del professor Thrillah. Quattro mesi più tardi, dopo la riabilitazione, venni aggregato alla squadra primavera ed andai a disputare il torneo di Viareggio ma non mi sentivo più lo stesso, ero un po’ più appesantito e sentivo che qualcosa era cambiato tuttavia con la forza della volontà ritrovai la prima squadra e quando tornai in campo, alla prima partita segnai ancora, contro il Foggia. Insomma la porta ancora la vedevo!

Era una bella Roma quella.

Si, una bellissima Roma, ma venivamo chiamati “Rometta” perché nonostante ci fossero Tancredi, Di Bartolomei, Pruzzo, Conti, De Nadai, Benetti, non vinceva niente in quel periodo anche se subito dopo divenne una delle Regine degli anni Ottanta.

Si, vero, quando andasti via tu.

Ah, ah, ah.

Chi era il Presidente della Roma?

Il mio primo Presidente, quello cui forse sono maggiormente affezionato, che era vicino alla squadra, che curava molto il settore giovanile, era Anzaloni ma poi da calciatore ho avuto anche Viola che quando mi vide la priva volta, credo scherzando, per campanilismo, (lui era di Aulla ed io da Massa e pochi chilometri dividono le due città) mi disse che non gli ero simpatico ma comunque mi confermò.

Dopo questi otto anni alla Roma tra settore giovanile e prima squadra cambi maglia, racconta le tue altre esperienze nel calcio che conta.

Beh ho giocato ancora con buone squadre, in serie A con Pisa ed Avellino, in B con Campobasso ed Arezzo, in C con Brindisi, Forlì e poi ho iniziato ad invecchiare ah ah ah e la cosa è andata scemando.  Ho subìto infortuni che hanno condizionato il rendimento con Pisa ed Avellino ed anche i rapporti con i rispettivi Presidenti, Anconetani e Sibilia non furono dei migliori perché non ero loro ma solo in prestito e quindi non mi diedero quell’attenzione umana che un ragazzo giovane forse merita, anzi senz’altro merita. Con i compagni comunque ho avuto sempre ottimi rapporti così come buoni li ho avuti con le tifoserie, in particolare Avellino città mi è rimasta nel cuore perché era l’anno del terremoto e c’era davvero una grande unione ed una grande solidarietà tra gli irpini.

Il compagno di Roma, Pisa, Avellino con cui avevi il rapporto migliore e sei rimasto maggiormente legato?  

Beh, come sai Michele De Nadai per la Roma, per il Pisa Ferruccio Mariani e Alessandro Mannini che ho portato a fare il preparatore dei portieri con me quando ho allenato il Grosseto in “B”, Antonio Criscimanni e capitan Salvatore Di Somma per l’Avellino. Recentemente ho anche fatto un collegamento per un programma televisivo con Beniamino Vignola, bravo ragazzo.

Dal calcio alle case e ancora al calcio, con un ruolo diverso, quello di allenatore questa volta.

Appesi gli scarpini al chiodo come si suol dire, per non restare con le mani in mano mi metto in società nel settore immobiliare con Michele De Nadai, poi  un mio ex direttore del Grosseto mi contatta e mi chiede se voglio fare l’osservatore per l’Udinese e siccome l’attività con Michele mi lascia un paio di giorni liberi a settimana, accetto. Successivamente,  per caso,  mio figlio Diego che giocava a Palocco e la sua squadra era affiliata alla Roma, viene chiamato a Trigoria per un provino e lì incontro dopo anni Bruno Conti e così tra una parola  e l’altra si parla del settore giovanile della Roma e mi propone gli esordienti. Venticinque anni dopo torno in quel settore giovanile, che mi ha visto allievo, da mister. Una bella soddisfazione! Il patentino di Terza categoria, poi Coverciano e insomma tutta la trafila che conosci.

Esci dalla Roma e su quali panchine ti siedi?

Tante, tantissime, ho girato l’Italia ed ho fatto esperienze bellissime allenando tantissimi ragazzi, conoscendo tantissime città e tanta gente e tante tradizioni. Sono cresciuto anche facendo l’allenatore. Quali panchine? Gela, Acireale, San Benedettese, Arezzo, Foggia, Siracusa, Grosseto, Benevento, Caserta, Savoia (dove forse ho sbagliato ad accettare l’incarico perché la società non era in buone acque ed infatti poi a fine campionato fallì) Melfi e Teramo. E poi ci sono le due ultime recentissime esperienze che conosci bene in serie “A” a Malta, sulle panchine del Floriana e del Victoria Hotspurs.

Come sono i calciatori stranieri che approdano a Malta?

Per la maggior parte sono argentini e brasiliani, tacco e punta, tacco e punta, di terza se non quarta fascia, paragonabili ad una Lega Pro italiana ma che devi portare via dal mare e dal sole di Malta dove pensano, molti di loro,  di essere andati in vacanza e costruirli dal punto di vista atletico perché quando arrivano sono deficitari sotto quel punto di vista ed io credo che con la pregressa esperienza da calciatore di buon livello e la cultura del professionista  che alberga in me sono riuscito a tirare fuori da quelli che ho allenato il meglio.

Dopo l’Ugolotti calciatore, l’Ugolotti allenatore, abbiamo anche l’Ugolotti opinionista.

Mi hanno sempre detto che ho una bella dialettica, un’idea del calcio particolare, che non ho difficoltà ad esprimermi davanti ad una telecamera, dico apertamente ciò che penso e mi piace rispondere agli inviti che mi fanno in TV e in radio.

Guido per chi tifi?  

Da bambino ero dell’Inter poi avendo giocato ed allenato tante squadre la passione per i neroazzurri è svanita  ed oggi mi sento più tifoso (anche se quando sento di dover muovere delle critiche lo faccio tranquillamente) della Roma. Ci ho giocato e l’ho allenata per tanti anni e poi ho Jacopo che è praticamente un ultras e la seguo spesso anche allo stadio insieme a lui.

E Diego per chi tifa?

Da bambino per il Milan ora vive in Spagna e tifa Real Madrid.

Il calcio lo ritieni ancora oggi una palestra di vita?

Al cento per cento, perché frequenti uno spogliatoio dove ti insegnano il rispetto delle regole ed il rispetto degli altri e ti abituano a socializzare e vivere insieme agli atri e questo è fondamentale nella vita qualsiasi cosa poi tu finisca per fare,

Abbiamo molti cari amici del mondo del calcio in comune ma due su tutti: Carmine Falso ed Ivano Stefanelli.

Con Carmine abbiamo giocato insieme nelle giovanili della Roma ed abbiamo abitato insieme per tre anni al convitto della A.S. Roma ad Ostia Lido. In quel periodo abbiamo condiviso stessi sogni e stesse speranze poi le nostre strade hanno preso percorsi diversi, io sono riuscito ad arrivare in prima squadra  e ad esordire in serie “A” mentre Carmine ha dovuto percorrere altre vie per raggiungere i suoi sogni. Quando hai organizzato quella “ercolata” a Scauri sono stato davvero felice di ritrovare un vecchio compagno di squadra ed amico, che ammiravo come calciatore e che invidiavo per la sua grande bellezza che era apprezzata dalle tifose. Anche Ivano lo conosco da tantissimi anni, io allenavo il settore giovanile e lui era prima accompagnatore poi responsabile dello stesso settore giovanile. Ho instaurato subito un rapporto di simpatia e grande amicizia con lui, Ivano è una persona dal cuore grande, quando ci incontriamo riusciamo sempre a ridere, scherzare e passare momenti bellissimi, per me è una persona speciale.

Guido stanno arrivando tiramisù, caffè e grappino, rispondi al volo e tieni conto che dalla tua risposta dipende se questa intervista verrà pubblicata o meno. Hai conosciuto e conosci giornalisti da quarant’anni, da Brera a  Tosatti, da Galeazzi ad Ameri e Ciotti, passando per altri illustri migliaia di colleghi.  Chi è il  giornalista che ammiri di più?

Ah ah ah Ercole Fragasso su tutti.

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