Sposato da quarant’anni con Nilia, insegnante di scienze motorie alle scuole superiori, padre di Ciro, esperto informatico, Alessandra, diplomatica internazionale,  Marzia, manager di MSC  Crociere e Martina, alle prime esperienze lavorative, Patrizio Oliva prima ancora di essere un campione del mondo è un grandissimo campione nella vita e della vita. Milioni di italiani si sono svegliati in piena notte per salire idealmente con lui sul ring e portarlo ad issare il Tricolore sulle più alte vette del mondo ma non tutti sanno, forse, la spiritualità e la caratterialità di Patrizio che è sempre restato umile e modesto e ha continuato a condurre la sua vita, di successo e notorietà, nella semplicità più assoluta e facendosi portatore di principi sani e di solidarietà anche verso “gli ultimi”. Nato in un quartiere difficile di Napoli ha preferito sudare e faticare in una palestra, rompersi la schiena e qualche volta anche il viso in quella palestra piuttosto che cedere alle lusinghe infide e sporche di una vita  che  molti suoi coetanei hanno deciso di affrontare in modo … diverso. Titoli a iosa, nazionali ed internazionali, tra cui spiccano  il titolo olimpionico di Mosca nel 1980 e quello di campione europeo EBU nei superleggeri e campione mondiale WBA nei superleggeri, molti riconoscimenti ed onorificenze ricevuti  per meriti sportivi dal Capo dello Stato, una laurea Honoris Causa in Scienze e tecniche dello sport e delle attività motorie preventive ed adattate. Il tutto accompagnato da un amore per la storia e la filosofia e dalla capacità di salire con disinvoltura e brillantezza anche su un set televisivo e sul palco di un teatro. Un grande campione, una bella persona, un amico che si è raccontato al Gambrinus  di Napoli, davanti ad una sfogliatella riccia e a un cappuccino caldo.

A che età ti sei avvicinato allo sport ed in particolare al pugilato e perché hai prediletto questo sport ad altre discipline?

Intorno all’età di 8 anni, perché mio fratello Mario, più grande di me, faceva pugilato e quando mi ha portato la prima volta in palestra è stato per me amore a prima vista come quando un uomo  incontra per la prima volta l’amore nella sua vita.  Fui affascinato dal gesto atletico, dal sacco e mi innamorai di questo sport e decisi già a otto anni che quella doveva essere la mia strada, quello doveva essere il mio destino.

Pugilato e rugby sono definiti sport nobili, eppure sono due sport apparentemente rudi dove c’è lo scontro fisico e dove ci si può far male seriamente.

Andiamo indietro nell’antichità e ti dico perché è nobile. Non parlo mai di scontro, io parlo sempre di incontro tra due tra due atleti che mettono sulla bilancia la propria forza e le proprie debolezze, le proprie decisioni, le proprie convinzioni,  quindi è più un incontro per me che uno scontro e   non c’è gesto più nobile di quello di due atleti che al termine della competizione agonistica che, ripeto, tu chiami “scontro” ed io “incontro”, si abbracciano davanti al pubblico.  In Italia da qualche anno hanno tentato di introdurre, diciamo pure con insuccesso, il “terzo tempo” nel calcio ma abbiamo tutti visto che non ha prodotto effetti permanenti come invece nel pugilato e nel rugby dove esiste da sempre e delinea una grande nobiltà e un gesto di amicizia e di fratellanza. Se andiamo nell’Iliade, quando Epeo batte Eurialo, cosa fà?  Gli dà una mano e lo alza da terra, vedi la nobiltà del pugilato già nell’Iliade? E se andiamo nell’Eneide quando l’arrogante Derete, ritenuto da tutti invincibile, viene sconfitto dall’anziano Entello, vediamo Enea intervenire per lasciare in vita Derete. Anche questo un gesto di nobiltà che ci tramanda il pugilato fin dai tempi di questa straordinaria Opera.

Patrizio, parlami della differenza tra gli sport singoli e quelli individuali.

Ma non c’è differenza perché entrambi hanno delle grosse responsabilità, non è perché si è per esempio in undici o in cinque che ci si può adagiare. Ognuno se ha un compito e se quel compito non viene portato a termine mette in difficoltà gli altri componenti della squadra. Lo sport, parlo con maggiore cognizione di causa per quello singolo, è una grande metafora della vita perché trasmette tutti quei valori positivi che sono propri della vita in senso più esteso e che ti porti dentro per sempre. Lo sport ti insegna a lottare e ad allenarti e ti insegna che senza sacrifici ed impegno non arrivi da nessuna parte esattamente come nella vita. Quando il pugile va a tappeto che cosa fà? Si alza e questa è un’altra metafora della vita che ti insegna a saperti rialzare e ad andare avanti.

Il tuo primo incontro da professionista, ricordi la data?

Undici ottobre 1980, contro un brasiliano, fu il debutto subito dopo aver vinto le Olimpiadi.

Come hai reagito alla tua prima sconfitta?

La mia prima sconfitta mi ha mi ha fatto fare una seria riflessione su quello che era successo e su perché era successo e mi ha fortificato e fatto spiccare il volo. Mi sono messo davanti allo specchio e ho deciso di non piangermi addosso ma di trovare il coraggio per continuare a combattere e vincere quel momento di difficoltà. Questa riflessione mi ha permesso di capire la differenza che c’è tra il perdente e lo sconfitto. Il perdente non accetta mai le proprie responsabilità ma ha sempre paura di confrontarsi e trova scuse per non ammettere la sconfitta del tipo mi uscivano le scarpette, l’arbitro mi ha penalizzato, avevo questo o quel problema.  La differenza con lo sconfitto sta nel fatto invece che quest’ultimo non trova scuse ma accetta il verdetto e cerca il riscatto. Lo dico sempre anche ai giovani, nelle scuole, quando a volte si piangono addosso per giustificare i loro insuccessi negli studi o nella loro fase adolescenziale che non bisogna mai accampare scuse ma sempre darci dentro perché quando ti impegni in una cosa il risultato lo ottieni.

Più bella la vittoria per un  knockout o ai punti?

La vittoria, Ercole,  è bella, è bella sempre. Nella vittoria ai punti dimostri che tu comunque hai non dico surclassato l’avversario ma in  tutte le componenti che sono si sono messe in gioco hai vinto mostrando di essere più forte. A volte può capitare però pure un colpo, un colpo isolato ed improvviso e vinci con un  knockout. Diciamo che la vittoria ai punti è il coronamento di tutto ciò che hai fatto dietro a partire da un allenamento durissimo per passare ai sacrifici e alle rinunce. Quella per knockout, per carità, bellissima pure lei, resta il gesto di un attimo.

La tua vittoria più inaspettata e quella più bella.

A dire la verità inaspettato per me non è mai stato niente e sai perché? Perché io quando ho cominciato questo sport, lo dico sempre, sognavo di diventare campione olimpico e campione del mondo e già ad otto anni mi mettevo davanti allo specchio di casa e mi commentavo da solo e mi annunciavo campione del mondo. La testa è tutto, caro Ercole, se tu ti metti una cosa in testa ti convinci che quella cosa è avvenuta per davvero o può avvenire per davvero altrimenti senza la forza della testa non esisterebbero i miracolati. La forza mentale è tutto e ci guida e ci guarisce. Io a otto anni, per ritornare al pugilato, mi convincevo davanti allo specchio di essere davvero campione del mondo di pugilato e poi, alla fine, ci sono diventato veramente.

Hai ragione Patrì, anche io mi sono messo in testa che Roaul Bova mi somiglia.

Ahahahah, sei forte. Addirittura, pensa, io da bambino volevo combattere nei superleggeri e in quelli ho finito per fare pugilato e diventare Patrizio Oliva anche se per via del fisico molto esile non ci scommettevano in tanti su di me anzi, forse, a parte me, quasi nessuno. Se noi alla nostra mente diamo un futuro motivante ci sono più probabilità di riuscire in quello che vogliamo ma purtroppo i giovani oggi non hanno voglia di darsi un obiettivo, di sfidare un destino magari beffardo, di combattere e si adagiano senza dare impulso alla loro testa per ottenere qualcosa che vogliono o in cui sperano. Per ritornare alla tua domanda iniziale, la vittoria più bella beh, senz’altro la medaglia d’oro perché ha un sapore di gran lunga superiore alla medaglia in stessa perché è stata ancora la testa a vincere. Lo stesso avversario, Serik Konakbayev, che ho battuto alle Olimpiadi,  un anno prima mi aveva sconfitto ignominiosamente sconfitto ai campionati europei di Colonia, in Germania, dove avevo vinto nettamente e dove un verdetto falsato capovolse il risultato. Fu uno scandalo, i campioni del passato si fecero sentire così come il pubblico, la stampa e l’opinione pubblica tutta ma fatto è che la vittoria andò al mio avversario che io avevo nettamente battuto sul ring. Chi avrebbe mai pensato, visti i precedenti, che avrei potuto batterlo un anno dopo proprio a casa sua, a Mosca? Io! Io l’ho pensato, ci ho creduto e con la testa prima ancora che con il gesto atletico l’ho battuto davanti al suo pubblico. Le famose motivazioni di cui ti ho parlato prima!

Avevo in mente di chiederti quale fosse l’avversario che hai temuto di più nella tua carriera ma mi sembra di aver percepito che non hai mai temuto nessuno.

Ho sempre rispettato tutti i miei avversari e ho sempre pensato che facevano la mia stessa vita, fatta di sacrifici e passione, delle le stesse rinunce e degli stessi duri allenamenti ed è per questo che quando vedo un pugile che deride un avversario mi innervosisco. Non ho mai sottovalutato nessuno ma ho sempre rispettato tutti e puntato sulle mie qualità e sulle mie motivazioni.

Parlami della tua palestra.

Siamo due soci della palestra, io e l’altro olimpionico di scherma Diego Occhiuzzi. Portiamo avanti tante attività sportive, dal pugilato alla scherma e ad altre discipline come judo, karate e altre arti marziali. Facciamo pure il fitness. Il nostro obiettivo è quello di far fare sport a tutti, anche a quei bambini che appartengono a famiglie bisognose e a cui permettiamo di fare sport senza pagare la retta, peraltro modesta e di facile accessibilità alla stragrande fascia della popolazione. Cerchiamo di educare questi ragazzi, di insegnargli i valori dello sport che sono, come dicevamo prima, quelli della vita. Siamo molto soddisfatti perché abbiamo un grandissimo     numero di iscritti e addirittura interi nuclei familiari che fanno sport diversi ma frequentano lo stesso spazio, la stessa palestra e questo è importante perché quando un bambino vede che la mamma si allena capisce che lo sport diventa uno stile di vita. Lo sport forse è rimasto uno dei pochi se non l’unico pilastro educativo che ti porta a rispettare le  leggi, le regole, gli ambienti comuni, un avversario, un’idea diversa e via dicendo. Io voglio creare, nel bambino che viene a fare sport da me, un uomo  migliore perché oggi stiamo attraversando anni un degrado generazionale. Voglio insegnare ai bambini che non esiste solo il degrado ma esiste anche il bello e che lo sport è incontro e confronto leale.

Raccontami un’esperienza “forte” con un ragazzo difficile.

Ce ne sono stati diversi proprio perché come ti ho detto accogliamo nella nostra palestra anche figli di persone con problemi giudiziari importanti e questo perché vogliamo attraverso lo sport distrarli dalla malavita e avviarli ad una vita normale. Ti racconto un fatto che ti farà capire quanto alla fine si tratta spesso di uagliocelli che se li affronti riesci forse a recuperarli e non lasciarli nel degrado in cui sono purtroppo nati. Tony, un ragazzo giovane e difficile, aveva un seguito di compagni come lui che ponevano in essere azioni prepotenti e violente nei confronti di coetanei che aggredivano con pugni, tirapugni ed altri oggetti contundenti. Quando l’ho visto gli ho chiesto di salire sul ring per un incontro dal vivo e quindi dopo avergli fatto dare i guantoni sono salito io sul ring e ho calzato anche io i miei guantoni creando in Tony panico perché non pensava di doversi confrontare con me. Nel momento in cui ho visto la sua paura e gli ho chiesto di confessarmi il motivo e lui mi ha risposto che non era corretto che io, campione del mondo, mi battessi con lui ed io mi sono avvicinato chiedendogli se fosse corretto quello che con tirapugni e coltelli lui e i suoi amici facevano ad altri ragazzi. Sembrerebbe, almeno spero, che quella lezione di vita gli sia servita. Ma potrei farti, Ercole, tantissimi altri esempi, ragazzi che non sapevano leggere e ai quali ho insegnato a leggere portandogli libri sulla boxe e tante altre storie che mi hanno portato a credere sempre più nei miei convincimenti ovvero che lo sport è un utilissimo e fondamentale strumento sociale.

 Perché ti chiamano “sparviero”?

Perché un giornalista del “Mattino”, Franco Esposito, mi paragonava ad uno sparviero, capace ed elegante. Diceva che ero nella mia eleganza e nel mio stile un rapace, capace di annientare l’avversario al suo primo errore. In realtà io i colpi degli avversari non li prendevo proprio, li schivavo sempre, avrò preso quattro o cinque pugni in tutta mia carriera ahahahah. Avevo una straordinaria percezione e sapevo ciò che voleva fare in quell’istante l’avversario, riuscivo a non permetterlo, a schivarlo e con stile ed eleganza a piazzare il mio colpo nel momento giusto.

Parlami della tua attività cinematrografica, delle tue apparizioni in TV e dei tuoi impegni in teatro.

Tutte cose molto belle ed interessanti, sono un uomo curioso a cui piace leggere, documentarsi ed imparare sempre. Ho fatto TV, cinema e teatro e sono attratto da tutte queste cose anche se il teatro è la cosa che prediligo perché mi consente di essere in contatto diretto con il pubblico che è lì a due metri da me.

Parlami di “Patrizio vs Oliva”.

Sono molto affezionato a questo spettacolo che vede la regia di Alfonso Postiglione ed è tratto dal libro “lo sparviero” scritto a quattro mani insieme a mio nipote Fabio Rocco Oliva, figlio di mio fratello e ragazzo brillante, laureato in  “Storia e Filosofia”.   Uno spettacolo che ti incolla davanti al palco e ti commuove perché è la sintesi di tutto quello che sai di me e che ti ho raccontato, perché ti dimostra come con l’impegno e la lealtà si ottengono i risultati e gli obiettivi voluti e perché comprendi come lo sport sia strumento educativo e come da una caduta o da una sconfitta, nello sport come nella vita, si possano trovare sempre la forza e l’opportunità per rialzarsi.

L’ultima: Muhammad Ali e Nino Benvenuti.

E che ti devo dire? Stiamo parlando dei due uomini che sono stati  i miei due modelli di pugilato. Eleganti, seri, leali, forti, mi sono ispirato proprio a loro due nel modo di combattere, perché loro erano di un’eleganza fuori dal normale e nel gesto tecnico del movimento erano unici. Dicevano che avevo il gancio di Benvenuti e ne ero fiero, Ali il più grande di tutti sul ring e fuori del ring dove ha dimostrato per i noti motivi e per le sue note posizioni la sua grandezza di uomo. Impareggiabile!

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