Se è vero, come è vero, che “gli ultimi saranno i primi” (dal Vangelo secondo Matteo), Sergio De Caprio, alias “Ultimo”, sessant’anni da Montevarchi, è destinato a diventare “primo” o, forse, anzi senza forse, tale già lo è.  Lo è perché si è distinto encomiabilmente nella sua carriera allorché sprezzante del pericolo si è adoperato per anni, quale Ufficiale dei carabinieri,  ad indagare, inseguire e combattere la criminalità organizzata e la mafia ai più alti livelli al punto di divenire protagonista assoluto negli anni Novanta  arrestando il “capo dei capi”. Lo è -primo- perché invece di godersi la pensione in bermuda d’estate e con la tuta da sci l’inverno, continua a combattere per aiutare chi soffre, senza pause e senza soste e stavolta anche senza pedinamenti ed inseguimenti  ma armato solo della grande fede che alberga nel suo cuore, che lo sostiene e che lo ha portato a fondare un’associazione “i Volontari del Capitano Ultimo” con la quale si occupa dei più sfortunati e ai quali, in pieno spirito evangelico, offre la possibilità del riscatto umano e sociale. Lo è -primo- perché affronta la quotidianità con la straordinaria e disarmante semplicità che ha fatto da filo conduttore per tutta la sua vita. In un clima di assoluta cordialità l’ho incontrato ed intervistato rimanendo favorevolmente impressionato da un uomo di grande sensibilità ed umanità.

Sto parlando con Sergio De Caprio o con il “Capitano Ultimo”?

Con il “Capitano Ultimo” anzi con “Ultimo”.

Quando nasce e perché la scelta di diventare militare ed entrare nell’Arma dei Carabinieri?

Nasco in una stazione dei carabinieri dove il mio babbo era il giovane comandante e quindi sono stato da subito in contatto con i carabinieri. Erano carabinieri di basso grado, appuntati, brigadieri, facevo i compiti insieme a loro, giocavo con loro, mi hanno insegnato a mangiare, parlare, scrivere e piano piano sono cresciuto e diventato uomo insieme a loro. Quando ero piccolo vedevo questi carabinieri per il paesello cercare di impedire la violenza e la sopraffazione e mi piaceva il loro modo di operare e rimanere comunque in disparte senza andare al centro della scena. Mi piaceva il loro modo di vivere in semplicità e di dividere quello che avevano in parti uguali nella caserma. Tutto questo mi ha portato a decidere di essere come loro, di essere uno di  loro e l’ho fatto, sono andato alla Nunziatella, poi in Accademia e ho vissuto come loro.

Quando sei diventato Sottotenente, immaginavi, pensavi, sognavi che un giorno saresti diventato … “Ultimo” o è stata una cosa arrivata per caso, cammin facendo?

Per voi io sono “Ultimo” ma per me io sono sempre quel ragazzo di quindici anni che ha lasciato quello che aveva per donarsi agli altri senza volere nulla in cambio. L’ho fatto, sono contento di averlo fatto, sono contento di aver incontrato altre persone che la pensavano come me e che si sono donate senza pretendere nulla in cambio e sono felice di aver incontrato il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di aver “combattuto” nel nome della sua cultura, della sua tecnica e di averlo fatto vivere nella “battaglia” -ancora una volta- vincente sui criminali.

Come nasce CRIMOR  e cosa è per te ancora oggi?

Crimor è una espressione altissima dello spontaneismo militare, quindi è la forza, la consapevolezza dei militari, la voglia e l’orgoglio dei militari di praticare  l’egualitarismo  difronte al pericolo che è la morte. Vivere da militari nella battaglia vuol dire dividere quello che si ha ma soprattutto dividere in parti uguali il pericolo ed è questa una cosa bellissima che ovviamente in nessun’altra organizzazione civile si ripropone in quei termini e con quei rischi  e questo rappresenta il vero senso della disciplina militare che oggi  vedo invece abbondonata ad altro, a pagliacciate. Questa ovviamente è la mia opinione, non dico io ho ragione ma dico quello che penso magari altri diranno che io invece sbaglio ma io sono fiero di aver praticato l’egualitarismo e Crimor nasce i questo modo e porta avanti la tecnica e la cultura che è quella del Generale Dalla Chiesa e mette semplicemente delle radici di fratellanza che poi rimangono indissolubili, che sono per sempre e che anche quando uno se ne va rimane ancorato a questi valori, a questa esperienza, a questa vita come ci hanno insegnato i vecchi soldati, i vecchi “combattenti” che invece da qualcuno vengono disprezzati. Queste cose vengono viste come un pericolo, come un problema. Per me quegli insegnamenti che ti ho detto significano essere militari quelle altre forme invece sono antimilitarismo di casta, di lobby e devono essere abbattute, i soldati si devono unire e rivendicare questa loro fratellanza, praticarla tra di loro ed insieme alle loro famiglie ed essere fieri di essere militari e si devono sottomettere solo alla Costituzione e alla Bandiera. Nessun’altro può essere padrone delle Forze Armate, via i pagliacci dalle Forze Armate, via le lobby dalle Forze Armate, riprendiamoci quello che è nostro, la Patria.

Come nasce l’appellativo “Ultimo”?

Per esigenze operative dettate dalla necessità di non rendere nota la propria identità e per difendersi da possibili intercettazioni bisognava avere un “nome di battaglia” ed io scelsi questo perché non volevo appartenere al mondo dei “primi” che era lontano da mio essere. Per me non conta l’apparenza ma sono le azioni ed i comportamenti che fanno grande o piccolo un uomo.

Se ti dico 15 gennaio 1993, cosa mi rispondi?    

Una battaglia vinta praticando le tecniche del Generale Dalla Chiesa, insieme ai carabinieri che erano accanto a me. Abbiamo fatto il nostro dovere, abbiamo catturato Riina ma poteva essere un altro e non cambiava niente, quello che conta è la tecnica, il modo con cui si arriva al risultato. Abbiamo praticato le tecniche del Generale Dalla Chiesa e abbiamo pedinato giorno e notte A. F. P., G. R., G. D., G. C. cioè quelli che avevano pedinato giorno e notte impunemente Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa stesso, il Capitano Basile. Li abbiamo annientati, superiorità completa sul nemico cioè il popolo italiano vince!

Nel momento dell’arresto, ti ha detto qualcosa, ti ha guardato in modo particolare, si è arreso?   

Aveva paura, aveva paura di morire e diceva chi siete, chi vi  manda, non respiro, non respiro, in maniera vile. Mi ha fatto un po’ senso questa sua fragilità.

“Senso” che -immagino- non sta per pena.

No, no, per disprezzo. Dobbiamo però rispettare i prigionieri perché quando uno ha perso è un perdente e quindi è un prigioniero che va rispettato come tale. I soldati rispettano il nemico che ha perso perché rispettano quello che lui non rispetta, la dignità delle persone. Questa è la differenza tra noi e loro.

Quando sei rientrato a casa, la sera, ti sentivi più leggero?

No, perché pensavo già al lavoro che dovevo reimpostare daccapo su altri settori perché dovevo portare aventi il lavoro che avevamo iniziato perché non  è che si era conclusa la nostra attività con quella operazione.  Dovevamo seguire i fratelli S. che erano quelli che poi lo avevano tenuto nella latitanza e quindi stavo pensando a come fare, a punti di forza e ai punti di debolezza.

Quindi mi stai dicendo che non hai avuto un momento di rilassatezza mentale?

No, no, non l’ho avuto!

Come capita nella vita di ciascun essere umano ci sono giorni di sole, giorni di nuvole, giorni di pioggia e giorni di bufera. Chi ti è stato vicino sempre, anche in quelli burrascosi?

I carabinieri, specialmente di basso grado, che lavoravano con me, che vivevano con me. E poi non è che dobbiamo avere gente vicino, siamo “combattenti” e nella battaglia dobbiamo stare soli e non temere la solitudine ma riempirla con il coraggio e la consapevolezza di essere combattenti e quindi organizzare la battaglia, prepararla. Loro ti attaccano da una parte e tu ti metti da un’altra parte e mentre loro ti cercano tu sei già alle loro spalle. Combattere sempre, la battaglia non finisce mai!

Ti senti più fiero di aver creato CRIMOR o di aver fondato un’associazione che porta il tuo nome e con la quale aiuti 24 ore al giorno i più vulnerabili?

Crimor e la Casa Famiglia sono figli della stessa natura perché sono sempre assetti che sostengono una lotta, una lotta militare e una lotta contro la povertà e contro l’abbandono sociale. Non sono fiero di niente, continuo ad organizzare  una lotta per sconfiggere i problemi che affronto in maniera sistematica. Metto in campo degli assetti organizzativi con legami forti di fratellanza ed uguaglianza ma non mi metto mai a celebrare un successo, dico solo che siamo mendicanti che dobbiamo aiutare chi ha bisogno.

Hai passato una vita e passerai il resto dei tuoi giorni a coprirti con una bandana, una sciarpa, una pashmina. Hai paura?

Con la paura ci parlo, la considero, mi fa riflettere quando faccio delle cose dove avverto potrebbe esserci un rischio e la utilizzo molto per prendere decisioni sagge. Con la paura ci convivo da molti anni, mi fa piacere di averla conosciuta però non mi intimorisce in alcun modo, è ormai una cara amica. Vivo nascosto perché il Generale Dalla Chiesa ci ha fatto capire che i punti di forza della nostra tecnica sono la clandestinità e la compartimentazione. La clandestinità ti impone l’istinto di nasconderti sempre e non farti mai vedere quindi nella consapevolezza che cercano di ucciderti ti viene naturale cercare di nasconderti ma non perché scappo ma per rendere difficile a loro l’azione.

Ma loro, costoro, sanno dove sei.

Ehh lo sanno e che ti devo dire, li aspetto.

Una parola ed un pensiero per un’amica comune che non c’è più, Iole Santelli.

Aveva un modo bello di fare politica, mi ha chiesto di aiutarla come assessore all’ambiente in Calabria e per me è stata un’esperienza bellissima. L’ho vista lavorare in modo pulito, fare politica  senza alimentare  odio tra fazioni diverse, senza esercitare dominio. Una politica, la sua, fatta con il cuore e l’impegno per il bene comune, per l’amore  per il suo popolo del quale Iole era una espressione bellissima e quindi la ringrazio ancora oggi per l’opportunità che mi ha dato e che ho contraccambiato dando tutte le mie capacità. La porto nel cuore ricordandola positivamente come donna, come politica e come italiana.

La tua fede. Parlamene.

La nostra vita, il nostro impegno sociale è una povera preghiera. Cerchiamo in maniera goffa ed imperfetta di imitare gli antichi cristiani che si spogliavano di quello che avevano e lo vendevano portando poi il ricavato ai piedi degli Apostoli che lo ridistribuivano secondo i bisogni di ciascuno. Questi meccanismi di comunità sono la rivoluzione cristiana che vogliamo portare avanti con umiltà, amore, semplicità e soprattutto  con l’esempio. A volte ci riusciamo ed a volte no però non c’è cosa più grande.

Grazie di cuore “Ultimo”.

Grazie a te, Ercole.

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