Ho il privilegio di “incrociare” da diversi anni il Professor Francesco Introna nei convegni del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana. Non si può non restare rapiti dalle lezioni che tiene sia per il suo sapere sia per la sua dialettica ricca e al contempo fluida. Ordinario di Medicina legale nell’Università di Bari, il “nostro Prof” ha un curriculum di primissimo piano e colmo di specializzazioni, master, corsi di formazioni e docenze. Il doctor ha altresì approfondito i suoi studi negli Usa ed è un professionista stimato ed affermato anche oltre i confini nazionali. Barese e di fine umorismo, ho avuto il piacere di intrattenermi con lui, nella recente mission del Corpo Militare della C.R.I. a Pescara  e di bearmi in sua compagnia,  in una fredda notte abruzzese,  di un Toscano Antica Riserva e di whisky Bushmills.

 Quando ha deciso di diventare medico e, soprattutto, quando è nata il lei la passione per la medicina legale?

Sono medico legale per caso, in realtà volevo fare l’Otorino, mi sono laureato in ORL con una tesi sperimentale di Microscopia elettronica sul Ganglio di Scarpa nella sindrome di Ménierè. Poi mi sono accorto che l’ORL era un campo un po’ troppo settoriale ed i miei interessi erano altri. Dopo la laurea ho shiftato nel campo più vasto ed ampio che esista, ove ogni caso è assolutamente diverso dall’altro. Nessuna routine. Studio ed approfondimento diversificato per ogni singolo caso. E quindi ho iniziato a fare il medico legale, occupando gli spazi residui nell’Istituto di Medicina legale, quelli che nessuno voleva trattare: identificazione personale di cadaveri sconosciuti, decomposti, putrefatti, entomologia cadaverica, mass disaster, antropologia forense, tutto ciò che Cristina Cattaneo definisce “il marcio”. La passione è nata progressivamente perché mi sono accorto che la criminalistica forense, nella medicina legale è la scienza più bella che possa esistere in quanto ogni singolo caso rappresenta un rebus da risolvere e spesso bisogna applicare metodiche o conoscenze diversificate anche non di tipo strettamente medico quali, ad esempio, le archeologiche, le botaniche o le informatiche che già caratterizzavano nel 1979 il mio background culturale.

Quali sono state e quali sono le difficoltà di un lavoro che non è certamente “comune” e che si discosta dalla Medicina clinica?

Le maggiori difficoltà le ho avute quanto, rientrato in Italia dagli Stati Uniti, dopo tre anni necessari per conseguire nel 1986 la specializzazione in Forensic Pathology presso l’Office del Medical Examiner di Baltimora, ho cercato di introdurre nell’ Istituto di Medicina legale di Bari le tecniche e le metodiche operative americane. Tecniche autoptiche differenti, metodiche diverse, accorgimenti settori maggiori, una mentalità operativa più rapida e concreta, meno ancorata al filosofeggiare ipotetico e possibilistico proprio della vecchia guardia della medicina legale. Pensa, un collega anziano quando scesi per la prima volta in sala settoria in tuta autoptica (così come oggi è prassi) mi disse “Introna ma perché ti sei messo il pigiama?” Per fortuna, grazie a CSI, da allora tutto è cambiato.

Quali sono stati i casi che l’hanno maggiormente coinvolta a livello psicologico?

Tutti i casi ove ci sia una violenza su bambini, minori o su donne. Lì dove la violenza è inusitata o gratuita. Purtroppo il dolore di una madre che perde il figlio inaspettatamente, dopo averlo lasciato in vita poche ore prima, è un dolore estremo, incommensurabile, straziante a cui dobbiamo assistere inermi ma che comunque introitiamo. Dopo quarant’anni di attività non riesco più a vedere neanche il film di Biancaneve. Ogni volta che c’è la scena del cacciatore che insegue Biancaneve per ucciderla mi alzo e cambio canale. Chi non ha esperienza al riguardo non può capire. L’identificazione dei cadaveri nei mass disaster è un altro momento durissimo. Nella identificazione dei 52 cadaveri recuperati dal relitto della Kater I Radez, motovedetta albanese affondata nel cadavere d’Otranto, stracolma di donne e bambini stipati nelle stive, avevo perennemente gli occhiali da sole, perché’ piangevo con i parenti al momento della identificazione delle salme. Non è vero che il medico legale che fa autopsie ha i “peli sullo stomaco” ed è un freddo automa davanti al dolore. Certo, siamo a perenne contatto con la morte, vediamo spesso l’esito di storie violente, estreme o raccapriccianti, siamo un po’ abituati alla fatalità, ma il dolore lo introitiamo, non tutto ci scorre addosso come l’acqua.

La cronaca l’ha vista protagonista, quale esperto e consulente, dinanzi a casi di grande rilevanza nazionale come quelli di Elisa Claps, il delitto di Gravina, il mostro di Firenze e tanti altri. Ci sono fattispecie che ha già trattato e che a distanza di anni rivedrebbe forse con un giudizio parzialmente diverso o quando un caso è chiuso c’è l’assoluta certezza e l’immodificabilità del parere espresso?

L’assoluta certezza non c’è mai. Rivedendo a ritroso i casi importanti trattati, sinceramente e non per orgoglio o vanagloria, ma non cambierei nulla. La cosa che mi sconforta maggiormente è la faziosità o ignoranza di certi consulenti spesso associata alla prosopopea di certi avvocati, pronti ad assumere posizioni assurde sotto il profilo medico legale, riprese poi a gran voce dalla pruriginosa stampa scandalistica, dai social, dai mass media, a cui poi tutti finiscono per credere. Mi chiedo quanti credano realmente nell’ innocenza di Sollecito e di Amanda Knox, o quanti siano convinti della estraneità del padre nella morte dei Fratellini Pappalardo di Gravina, o quanti abbiano compreso realmente come siano andati gli eventi nell’ omicidio di Sara Scazzi o nel caso del Mostro di Firenze. In medicina legale diciamo: “Non esistono casi impossibili, solo le indagini iniziali incomplete o fatte male rendono poi inesplicabili i casi”.

Tanto interesse da parte dei media e di molti … “non addetti ai lavori” per la “criminalistica”. Cosa mi risponde?

Bisogna pure far notizia, avere lo share più alto o quanti più “I like” possibili.  Il numero di pollici riversi verso l’alto nei social gratifica tantissimo i parvenu della medicina legale o della criminalistica. Molti sedicenti criminologi anche quelli maggiormente gettonati in TV sono spesso lontanissimi dalla realtà operativa dei casi, dai sopralluoghi, dalle sale autoptiche, forse non hanno mai visto neanche un cadavere in vita loro o assistito ad una autopsia. E’ facile etichettarsi “criminologo”; chiunque può farlo, il titolo non corrisponde ad alcun diploma di laurea o di specializzazione universitaria, basta approfondire la conoscenza epidermica dei casi più rilevanti su riviste scandalistiche e poi parlarne o discuterne, in TV, sui social, al bar. Tutti possono improvvisarsi criminologi. Ma ciò accade solo in Italia. A fronte di ciò esiste però una sparuta minoranza di persone preparate realmente, in specifici settori della criminalistica e mi riferisco ad esempio a Luciano Garofano con il quale abbiamo diviso un periodo comune di formazione presso l’ FBI Academy di Quantico.

 Nei casi che hanno avuto una grande rilevanza mediatica ha mai tentato “qualcuno” di condizionarla?

Non ricordo, forse hanno tentato ma non ci sono mai riusciti. Tantissime volte le mie conclusioni sono state contrarie all’opinione pubblica creata da una stampa scandalistica e giustizialista che vorrebbe fare processi sommari sui giornali e non nelle aule dei tribunali.  Si pensi a tutti i supposti casi di omicidio per impiccamento, precipitazione, da me chiusi come suicidio, a cui nessuno vuole credere perché nessuno vuole avere un suicida in famiglia e perché il suicida non fa notizia. Per contro penso di aver rotto coperture inspiegabili. Sono stato il primo ad ammettere in un Procedimento d’Ufficio che Cucchi fu picchiato, eppure i parenti hanno fatto di tutto per farmi recusare, pensando che essendo una persona notoriamente di destra dovessi per forza essere vicino ai Carabinieri. Nella nostra branca quando affronti un caso, ti devi spogliare di tutto, amicizie, credi, ideologie; devi andare avanti e fendere le acque come la prua di una nave, alla ricerca della verità impipandotene di tutto e di tutti. Liberi da imposizioni vincoli o padroni, liberi di esplicitare il proprio pensiero purché sempre frutto di studio, riflessione, ricerca ed approfondimento e mai di becera improvvisazione.

La sua quarantennale esperienza ed affermazione in un campo della medicina così difficile, la porta ad incoraggiare o scoraggiare un giovane venticinquenne che vuole seguire le sue orme?

La patologia forense associata alla criminalistica è un settore di nicchia della medicina legale, difficile, irta di ostacoli e di difficoltà, a volte fisicamente stressante, ove se sbagli paghi, ove sei sempre sul filo del rasoio, ove devi studiare ed approfondire i tanti aspetti che caratterizzano ogni singolo caso, ove devi porre sempre in discussione il tuo pensiero per valutarne la solidità,  ove c’è sempre qualcuno che ti dà ragione ma c’è sempre qualcun’altro che ti dà torto, dove devi affrontare dibattimenti lunghi e difficili sostenendo attacchi spesso faziosi motivati solo a discreditarti per affondare le tue conclusioni. È una attività dove le scariche di l’adrenalina ed i caffè regnano sovrani, ma, per me, è il mestiere più bello del mondo perché vario, ricco di difficoltà ed imprevisti da affrontare e superare.

Qual è il messaggio che rivolge ai suoi studenti quando iniziano ad interessarsi allo studio della Medicina legale?

Tutto è molto bello ed affascinante da vedere, ma non si impara a nuotare vedendo nuotare gli altri, gettatevi in piscina e poi vedremo cosa sapete fare e di che pasta siete fatti. Non hai idea di quanti studenti curiosi, anche di giurisprudenza, chiedano di assistere alle autopsie e poi svengano in sala settoria.

Dopo una giornata in sala settoria quando rientra a casa riesce a gustare un calice di vino e a vedere con disinvoltura un bel film o resta ostaggio dello stress e della grande responsabilità che le procura il suo lavoro?

Assolutamente mai. A casa sanno solo marginalmente quello che faccio, non parlo mai della mia attività. Una volta mi permisi di raccontare un piccolo particolare operativo, pensarono stessi scherzando. Lo stretto contatto con la morte e con il dolore mi ha reso uno strenuo amante e sostenitore della vita a tutti i livelli.

Professore, lei è sempre molto presente alle attività del Corpo Militare Volontario della C.R.I.. Intravede futuri sviluppi?

Certo, anzi certissimo.  È dal 1990, dai tempi del Generale Melorio, che sostengo la indispensabilità’ della Croce Rossa a supporto dell’attività medico legale nei Mass Disaster, così come già occorso per il disastro di Melilli. Non pensiamo ai disastri ove può esserci il supporto logistico di un vicino grosso ospedale, pensiamo ad un disastro che occorra in siti impervi. Negli USA l’Americam Forensic Institute of Pathology (AFIP) ha perennemente pronti container aviotrasportabili per allestire un ospedale da campo completo modulabile in tempi brevissimi. Per certo la C.R.I. è attualmente in grado di montare in tempi brevissimi una struttura modulabile per effettuare tutte le operazioni medico legali, dalla autopsia, all’ assemblaggio di cadaveri depezzati, alle indagini radiologiche e di laboratorio, nonché’ shelter per l’assistenza psicologica anche ai parenti delle vittime.  Bisogna però anche pensare anche alla sussistenza e logistica degli operatori con refettori, dormitori, cucine, ricambio di strumentazione, lavanderie e ciò anche per tempi lunghi. Insomma, una collaborazione stretta, ove nell’interesse collettivo, si riesca a realizzare moduli operativi che poi nella sciagurata occorrenza siano realmente utili ed utilizzabili in tempi rapidissimi. Tutto ciò è consentito e lo sarà sempre di più grazie alla presenza di medici legali nella Croce Rossa come il Generale Lupini e l’amico Roberto De Montis, particolarmente attenti a questi aspetti.

Passiamo a cose “serie”… preferisci il Toscano come stasera, il  cubano o il domenicano?

Ahahah, preferisco il Mini Mehari’s all’anice

Rum o whisky?

Whisky leggermente torbato single malt 12 anni di invecchiamento, magari 18, delle isole, preferibilmente Caol Ila.

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