Riccardo Cucchi, romano di nascita, tifoso laziale, laureato in Lettere alla Sapienza di Roma, giornalista e già mitico radiocronista sportivo.
Allora Riccardo -iniziamo- Ti chiedo di tornare indietro ai primi anni ’80 per raccontarmi l’inizio della tua “avventura”. Avresti mai immaginato di avere una carriera come quella che poi hai realmente vissuto?
Lo sognavo. Lo sognavo da ragazzino ascoltando alla radio le voci di Ameri e Ciotti, lo sognavo quando, per gioco, inventavo radiocronache guardando l’album delle figurine Panini. Non pensavo, sinceramente, di poterlo realizzare. Poi il concorso in Rai, una scommessa vinta nel 79, i corsi di formazione aziendali molto severi e l’esordio nel 1982 in Campobasso-Fiorentina di Coppa Italia.
Giornalista e radiocronista sportivo per oltre 35 anni: la tua è stata una professione, una passione, una missione o un po’ di tutte queste cose?
È stato un privilegio trasformare una passione in lavoro. Entrare in quella straordinaria redazione e trovarmi al cospetto di Guglielmo Moretti, Sergio Zavoli, Mario Giobbe è stato emozionante. Una scuola straordinaria alla quale ho attinto giorno dopo giorno. Scuola di professione ma anche, e soprattutto, scuola di vita.
Per anni sei stato una delle voci simbolo di Rai: cosa ha significato raccontare lo sport al microfono del servizio pubblico?
Ha significato essere gli occhi di chi non vedeva in un momento storico nel quale la radio aveva 25 milioni di ascoltatori ogni domenica. Ha significato anche avere una grande responsabilità sulle spalle, quella di riuscire a non far rimpiangere troppo i maestri del passato. Ha significato condividere emozioni attraverso il microfono.
In “Tutto il calcio minuto per minuto” hai affiancato voci storiche della trasmissione come Enrico Ameri, Sandro Ciotti e Alfredo Provenzali. Chi è stato per te di maggiore ispirazione.

Tutti. Ameri per il ritmo trascinante, Ciotti per la straordinaria competenza tecnica, Provenzali per la duttilità e la passione. Ho avuto la fortuna di avere Sergio Zavoli come direttore. Sono stato fortunato a crescere tra i più grandi di sempre.
Quanto mancano “professionisti” e gentiluomini di quel livello al giornalismo sportivo di oggi?
Molto. Non ce ne sono più. Incutevano timore e rispetto e usavano le parole con una maestria inarrivabile. Sono stati i più grandi.
Per gli italiani, “Tutto il calcio minuto per minuto” è stato molto di più di una trasmissione radiofonica. Hai un aneddoto particolare che ti piace raccontare per spiegare i tempi d’oro della trasmissione?
Le radio accompagnavano il pubblico negli stadi. I tifosi guardavano la loro squadra giocare e ascoltavano le altre partite. Ricordo un signore ad Ascoli che si voltò verso di me che ero già in cabina mostrandomi la radio che aveva all’orecchio, quasi per ammonirmi: “guarda che ti ascolto, non dire sciocchezze.”
La radiocronaca ha un fascino unico rispetto alla telecronaca televisiva: qual è il segreto per “far vedere” una partita solo con le parole?
Spiegare dove è la palla. È solo così che l’ascoltatore potrà visualizzare nella sua mente un campo immaginario e “vedere” le azioni svilupparsi. Il ritmo deve seguire quello del pallone. Non bisogna arrivare prima, ma neanche dopo.
Quanto studio e preparazione ci sono dietro una radiocronaca di novanta minuti?
La radiocronaca viene da sé quando conosci tutti i giocatori, hai strumenti per comprendere i gesti tecnici e tattici, sai la storia delle due squadre, sai entrare in sintonia con l’ambiente. Devi emozionarti per poter emozionare. Pochi appunti, molta memoria, occhio attento, amore per le descrizioni. La radiocronaca non si costruisce prima. Si vive al momento.
Hai partecipato come inviato a sei Mondiali di calcio, tra cui quello di Germania 2006, con la radiocronaca della finale vinta dall’Italia che è diventata celebre dopo la sua diffusione su Internet. È stata quella la radiocronaca che più ti ha reso orgoglioso e magari “emozionato”?
Non ci ho dormito la notte prima, per l’emozione, e la notte dopo, per la troppa adrenalina che avevo in corpo. È il sogno di ogni radiocronista gridare una volta nella vita: “Campioni del mondo”. Prima di me ci erano riusciti alla radio solo Carosio – due volte – e Ameri. Ho un brivido lungo la schiena a ripensarci.
Visto che sei stato per anni il Radiocronista (R maiuscola) della Nazionale di Calcio, credo tu sia più che “qualificato” ad esprimere un’opinione sulla crisi della nostra Nazionale.
La crisi della nostra Nazionale è figlia della crisi tecnica del nostro calcio. Non siamo più capaci di allevare talenti. È dal 2006 che mancano giocatori come Totti, Del Piero e Pirlo. E prima ancora come Baggio. Ci siamo illusi con l’Europeo. Ma la crisi c’era e c’è ancora. Un grande in bocca al lupo a Gattuso.
La tua ultima radiocronaca è stata nel 2017. Successivamente nella stagione 2017/2018 hai condotto una trasmissione televisiva “storica” della Rai, come La Domenica Sportiva.
È vero. La proposta mi è giunta dopo la mia ultima radiocronaca. Ci ho pensato un po’ e poi ho accettato. C’è una grande differenza tra radio e tv. Continuo a preferire la radio.
Dopo l’addio alle radiocronache hai ammesso il tuo tifo per la Lazio. Tra l’altro annunciasti lo Scudetto della Lazio nel 2000 in diretta radiofonica, o sbaglio? È stato più un momento bello o piuttosto una situazione “difficile” in cui ha dovuto gestire le emozioni in diretta?
Ero, e sono tornato ad essere, un tifoso di curva. Ho la Lazio nel cuore fin da ragazzino. Ma quando si entra in una redazione ci si deve dimenticare della propria squadra. A chi me lo chiedeva, rispondevo sempre: “se c’è una squadra del cuore lo saprete solo quando avrò smesso di lavorare”. E così è stato. Nel 2000 il cuore batteva a mille, ma le parole erano quelle di sempre, rivolte a tutti i tifosi. Ora posso tornare in curva come da giovane e gridare forza Lazio.
Eri all’Olimpico di Roma mentre si giocava, sotto un diluvio universale, Perugia vs Juventus…
Ero a Perugia. Il primo campo era Perugia-Juventus perché era la Juve ad essere prima in classifica. Per via del nubifragio il secondo tempo della gara si giocò con oltre un’ora di ritardo. La mia voce arrivò all’Olimpico di Roma dove la partita era già finita con la vittoria della Lazio. E alla fine irruppe il mio urlo: Lazio Campione d’Italia!
Il calcio italiano è cambiato profondamente negli ultimi decenni: quali trasformazioni ti hanno colpito di più, dentro e fuori dal campo? Cosa ne pensi del VAR?
È diventato troppo fisico. I gesti tecnici scarseggiano e nessuno dribbla più l’avversario. Il calcio italiano è diventato più noioso. Il Var? non mi ha mai convinto. La tecnologia delle linee può essere utile, palla dentro – palla fuori – fuorigioco compreso. Ma su un contatto varrà sempre l’interpretazione, in campo come davanti ad uno schermo.
Lasciamo per un attimo il calcio: hai partecipato a ben otto (!) Olimpiadi come inviato: le più belle?
Tutte. Le Olimpiadi sono tutte magiche. Ma devo dire che quella di Seul mi è rimasta nel cuore. 1988: ho raccontato le medaglie di Bordin nella maratona, di Numa nel fioretto, degli Abbagnale nel canottaggio. Emozioni forti.
A proposito di Olimpiadi, sono appena terminate quelle, splendide, di “Milano-Cortina”: come le hai vissute?
Con meno trasporto, lo confesso. Il clima di guerra, i morti palestinesi, quelli ucraini hanno pesato. Lo sport non è riuscito a riunire il mondo questa volta.
Oggi l’informazione sportiva vive anche sui social network: come giudichi questo cambiamento nel modo di raccontare e consumare lo sport?
Positivamente. Costringe anche i giornalisti a scendere dalla loro torre d’avorio e a confrontarsi con il pubblico. Un bagno di umiltà che fa bene. E la sfida ad essere competitivi con i mezzi tradizionali – radio, tv, giornali – è stimolante secondo me.
Hai sempre mantenuto uno stile sobrio ed equilibrato: quanto conta l’etica professionale nel giornalismo sportivo?
Conta nel giornalismo. In tutto il giornalismo, non solo quello sportivo. La definizione più bella del nostro mestiere rimane, a mio avviso quella di Enzo Biagi che diceva: il giornalista è un testimone della realtà. Essere testimoni è una responsabilità, anche etica.
Che consiglio daresti ad un giovane che sogna di diventare radiocronista sportivo oggi?
Di allenarsi alle parole. Occorre conoscerne tante per trovare quella giusta al momento giusto. Quindi: leggere, leggere, leggere.
Da giornalista a giornalista ti chiedo un commento sull’attualità ed in particolare sul prossimo Referendum sulla giustizia.
Voterò “no” con grande convinzione. È un voto in difesa della Costituzione e della separazione dei poteri. Il testo della riforma non mi convince. È un passo indietro rispetto all’idea messa su carta dalle madri e dai padri costituenti.
Due parole sul mio grande amico, quel romanista di Francesco Repice.
È un talento puro. Gli ho consegnato la nazionale nel 2014, dopo vent’anni. Ho fatto la scelta giusta. È un carissimo amico ed un professionista eccezionale.