Ho incontrato, per un brindisi natalizio, nel roof di un Ambasciatore – comune amico – il Direttore Mauro Mazza, elegante ed apprezzato giornalista con il quale tra squisite portate, dolci e bollicine, rum ed ottimi sigari, mi sono piacevolmente intrattenuto a parlare di giornalismo, sport, cucina, politica, della “sua” Lignano e della “mia” Scauri.

Mauro, qual è stato il momento in cui hai capito davvero che il giornalismo sarebbe stato il tuo percorso di vita?
Fin da ragazzo amavo la lettura e mi piaceva scrivere. Se devo indicare un momento preciso, ricordo che feci un tema in prima liceo classico (il terzo anno delle superiori) presi un voto altissimo – nove – e il prof mi disse che la scrittura doveva essere il mio futuro.
Parlando dei tuoi esordi, c’è qualche episodio “di bottega”, relativo ai tuoi primi passi in questo mondo, che ancora oggi ricordi con affetto o con un sorriso?
Ricordo l’emozione nell’attesa che fosse pubblicato, su una rivista culturale, il primo articolo con la mia firma. Telefonavo ogni giorno in redazione per avere notizie del numero in uscita.
Appena professionista, a partire dal 1979, hai lavorato per Il Secolo d’Italia e successivamente per l’agenzia di stampa Adnkronos. Quanto hanno inciso queste esperienze nella tua carriera professionale?
Esperienze fondamentali. Ogni medium – giornale, agenzia di stampa, radio, tv – ha regole precise e conoscerle dall’interno mi ha molto aiutato a capire i meccanismi della comunicazione.
Dopo varie esperienze come cronista e redattore freelance – comprese le radiocronache delle partite della Lazio negli anni ’80 – nel 1990 sei entrato in RAI, iniziando al Gr1 e poi passando al Tg1, dove hai condotto l’edizione notturna, hai guidato lunghe maratone elettorali e hai lavorato con grandi nomi del giornalismo. Qual è il ricordo che ti porti nel cuore di quel periodo?
Io ho sempre cercato di “rubare” e fare mie le qualità dei grandi giornalisti che ho incontrato. Ho avuto come maestri direttori del calibro di Giovannini, Zanetti, Volcic. Ho lavorato con Frajese e Vespa… L’elenco sarebbe lungo.
Nel tuo percorso in RAI, come Direttore di Tg2, Rai 1 e Rai Sport, hai avuto l’onore e l’onere di costruire palinsesti, inventare programmi di approfondimento, raccontare l’attualità e la cultura popolare attraverso il mezzo televisivo. Nel mondo “social” di oggi, la televisione generalista, spesso data per spacciata, ha ancora un suo perché?
Ti dico una cosa. Da decenni esperti e saggi annunciano la morte imminente della tv generalista. Invece è ancora viva e vegeta. Acciaccata dall’avvento dei social, dalla moltiplicazione delle piattaforme, ma ancora viva. Certo, è costretta ad aggiornarsi, gli ascolti calano progressivamente, ma resiste perché c’è un pubblico vasto che chiede certezze, programmi eleganti, serie tv accessibili e ben fatte. Oltre a telegiornali che raccontino la realtà. E poi, una parola sulla Rai. Solo un servizio pubblico può realizzare eventi di grande livello culturale come la storica serata di Benigni su San Pietro.
Come Direttore, inevitabilmente hai avuto rapporti con il mondo della politica. Ci sono stati momenti in cui ti sei sentito particolarmente messo alla prova quale professionista?
Nei primi tempi della mia direzione al Tg2. Era il 2002. Quando arrivava qualche telefonata, beh, ascoltavo tutti con rispetto e buona educazione. Ma imparai presto un’arte importantissima: saper dire degli splendidi NO, motivati e inattaccabili. Gli interlocutori intelligenti capivano benissimo e prendevano atto…
Paradossalmente, però, le scelte che più hanno fatto discutere l’opinione pubblica sono state quelle che hanno riguardato il Festival di Sanremo. Penso ad esempio alla polemica riguardo Adriano Celentano come ospite speciale al Festival del 2012…
Il Festival è un mondo a parte: un frullatore straordinario, una bolla che per un paio di mesi condiziona il lavoro di Rai Uno e dell’intera azienda. Con Celentano fu dura. Era riuscito a farsi blindare con un contratto che non lo obbligava a far conoscere prima i testi dei suoi interventi. Scoppiò un putiferio. Ma riuscii a portare a casa la pelle da direttore. E soprattutto ascolti record, che sono per Sanremo la cosa più importante.
Giornalismo sportivo: possiamo dire che oltre la “notizia”, oltre la “cronaca” dell’evento, è qualcosa di più profondo che riguarda le emozioni?
Io ho sempre vissuto lo sport come una parentesi leggera della mia vita. Sport praticato da ragazzo, poi seguito allo stadio o in poltrona… Nella leggerezza dello sport ci sono divertimento e, soprattutto, emozioni. Una vittoria, un record, un trionfo… sono eventi che fanno la vita più bella, soprattutto quando sono figli di anni di sacrifici e rinunce per quei giovani campioni.
Oggi il giornalismo corre veloce: c’è qualcosa del “fare informazione” di un tempo che ti manca? E, al contrario, c’è qualche innovazione digitale che consideri davvero un passo avanti nel modo di raccontare le notizie?
In estrema sintesi: si è perso il gusto dell’approfondimento ma si è guadagnata una sconvolgente rapidità di accesso alle informazioni. Riceviamo mille input, ma conosciamo davvero poche cose.
Nel mare dei social e della disinformazione, che consiglio dai a chi vuole capire cosa è vero e cosa no, senza diventare paranoico?
Credo che la cosa migliore sia mantenere una quotidiana conoscenza delle cose che accadono (diciamo: per titoli) ma poi approfondire le tematiche che ci interessano davvero, non accontentarsi di una versione, ma confrontare e scavare a fondo. La rete ci offre infinite possibilità.
Cosa ti senti di dire a chi vuole intraprendere il giornalismo o lavorare nei media oggi?
Lo dico con malinconia. Oggi sconsiglio questo mestiere ai ragazzi che mi chiedono consigli. La crisi è profonda. Uno su mille ce la fa… Meglio lasciare la passione, se incontenibile, come passatempo e concentrarsi su un lavoro diverso.
Sei anche autore e scrittore: hai pubblicato saggi storici e analitici e affrontato anche la narrativa. Quando e come è nata questa tua dimensione? La scrittura è per te una passione parallela al giornalismo?
Scrivere è il mio mestiere da quasi mezzo secolo. Ma la scrittura di un libro è molto diversa. Sono stato costretto a tenerla da parte nel pieno di un lavoro che lasciava pochissimi spazi. Poi ho recuperato… Da quando gestisco il mio tempo ho scritto e pubblicato una dozzina di libri, devo dire anche con riscontri di lettori e riconoscimenti pubblici. I premi ricevuti per i miei romanzi sono tra le più belle soddisfazioni.
Sei noto anche come appassionato tifoso della Lazio. C’è un tuo commento, relativo alle recenti vicissitudini della tua amata Lazio, che mi ha colpito molto: “Il calcio non è solo business, ma anche sentimento e ai tifosi è stato tolto il ‘gioco del mercato estivo.”
Il tifo per la Lazio mi fa compagnia da sempre. È bello, condisce la vita. È come avere un parente che ci diverte e qualche volta ci fa soffrire. Ma è un legame indissolubile. Ora, con una presidenza molto contestata – e giustamente – per la mia Lazio, mala tempora currunt, ma il tifo resiste eccome…
Due parole sul gol di Fiorini e su quello di Poli, neanche ti dico a quali partite mi riferisco.
Quelle degli spareggi per evitare la serie C furono le mie ultime radiocronache per Rds. Quei gol decisivi furono momenti indimenticabili. Pensa che ogni tanto qualcuno ancora ricorda di aver seguito la partita con il Campobasso ascoltando la mia radiocronaca. Quella sera, tornando a Roma da Napoli (dove si giocò lo spareggio) mi dissi: missione compiuta, basta così. E mi occupai di altro. La Lazio tornò ad essere un parente da seguire con affetto.
L’altro giorno, a pranzo, hai avuto parole di elogio per il mio amico Francesco Repice. È l’unico romanista del quale ti abbia sentito parlare bene.
È un bravissimo professionista, come lo era Riccardo Cucchi, laziale ma eccellente radiocronista. Repice e Cucchi sono “figli” di Ameri e Ciotti, numeri uno nei decenni del calcio che tutti vivevamo attaccati alla radio, un’epoca romantica che finì con l’avvento, anzi con l’invasione delle pay-tv.
Mauro Mazza oggi e progetti futuri: a quali temi o forme narrative ti stai dedicando e su quali vorresti concentrarti nei suoi prossimi lavori?
Il futuro è ogni giorno, da vivere serenamente. Sai, con gli anni che corrono, si spera di poter fare ancora molto, ma senza affanno e senza fretta. Si scopre la profonda verità del detto: l’importante è la salute. Finché ce n’è, si possono fare cose belle e raccontare storie è una di queste.
In ultimo ma non per ultimo, due parole sulla Meloni, che conosci da quando era ragazza.
È un fenomeno, comunque la si pensi. Vince per distacco su tutti gli altri. Ha costruito un partito e lo ha portato oltre il 30 per cento. Governa da tre anni, si è conquistata stima e credibilità internazionale. E continua a studiare, come quando imparava l’inglese ascoltando in autobus, con le cuffiette, le canzoni di Michael Jackson. Ma il suo tratto umano, il continuare ad essere semplicemente Giorgia, è il suo valore aggiunto.