“Pascale Lora Schyns est une écrivaine et comédienne belge. Germaniste de formation, elle se dirige ensuite vers des études théâtrales (mise en scène) qui l’amènent à vivre aux États-Unis et en Amérique latine. Après une dizaine d’années passées en Espagne, elle est retournée s’installer sur le continent américain où elle se partage entre l’écriture, le théâtre et la danse. Elle est membre de l’Association des écrivains belges de langue francaise et de l’Association Royale des Écrivains de Wallonie…” Questo e tanto altro si legge sui social relativamente a quella che è la biografia di Pascale Lora Schyns, straordinaria donna nata in Belgio e che ha vissuto a lungo in Italia, in Spagna e negli Stati Uniti d’America e che ha girato mezza Europa. A lei mi lega la fraterna amicizia che ho con Alfredo Ciccognani (suo amico), altro straordinario personaggio che conosco da trent’anni e che oltre ad aver ricoperto incarichi di pregio nell’Arma dei Carabinieri è stato anche, tra l’altro, Consigliere del Ministro della Difesa Elisabetta Trenta. A loro li lega tale Charles Aznavour, intramontabile artista, nato in Francia ma di origini armene, che ha allietato e continuerà con la sua musica ad allietare intere generazioni. Insomma, metti le cene a casa di Alfredo che poi… doveva esibirsi con la sua pianola con brani di Charles come faceva mia figlia Elisa a quattro anni con il flauto, metti il fazzoletto che fotografa al volo mentre Aznavour lo lancia tra il pubblico ed una ragazza lo afferra, metti una brillante e vivace donna che scrive un libro sull’ultimo fazzoletto lanciato ai fan da quell’immenso artista, fatto è che mi ritrovo nel cuore di Roma per assistere alla presentazione di “Le dernier mouchoir de Charles Aznavour” ed intervistare con il mio scarsissimo francese ed il suo eccellente italiano Pascale Lora.

Allora, chi è Pascal Lora Schyns?
Beh, sono belga e ho viaggiato un po’ in tutto il mondo per lavoro; ho vissuto in tanti Paesi differenti, anche in Italia, a Roma esattamente, tantissimi anni fa. Sono una scrittrice, ho due anime nella mia vita, quella dell’artista e infatti sono scrittrice, dipingo e ho fatto teatro, poi c’è la parte diciamo della terapeuta o qualcosa di simile, una figura che in Italia è poco diffusa, sono insomma una specie di terapeuta che lavora con le scienze somatiche, con la testa, la mente e il corpo. Un lavoro che prevede il movimento del paziente, la danza, l’oscillazione, il disegno, la scrittura, il suo equilibrio fisico e mentale. Possiamo dire che utilizzo l’arte per curare! Non sono un medico, lo dico sempre, sono tutte queste cose che ti ho detto, adesso per esempio andrò tre mesi durante l’estate in Perù con un gruppo di donne che hanno avuto il cancro, che sono ancora nel processo curativo e che ne stanno per uscire e mi prenderò cura di loro nel modo che ti ho detto. Lavoro sul dramma che queste donne hanno dentro!
Chi era invece Charles Aznavour?
Una delle persone più importanti della mia vita e che mi ha permesso di uscire del cancro che ho avuto undici anni fa; mi dissero che avevo pochi mesi da vivere ed eccomi dopo oltre undici anni qui con te e il tuo microfono. Vivevo in Spagna quando mi ammalai ed ero sola, sentivo nostalgia della mia lingua e mi sintonizzavo sempre su una radio francese quando all’improvviso sentii una canzone del grande Aznavour che si intitola “Avec un brin de nostalgie” che racconta la storia di una persona che è arrivata alla fase finale della sua vita e si guarda un po’ indietro. La sentii tante volte, desideravo incontrarlo e fatalità da lì a breve Aznavour venne proprio a Madrid per un concerto. Andai al concerto sulla sedia a rotelle perché avevo fatto la chemio due giorni prima e non potevo muovermi e lì accadde un miracolo, mentre -infatti- lui cantava io sentii una fortissima energia pervadere il mio corpo, la mia mente era serena, avevo gioia e forza e mi alzai in piedi a ballare. Certamente non ero guarita del tutto ma tu capisci, Hercule, io mi sentii miracolata, arrivai al concerto spinta su una sedia e me ne andai in piedi che cantavo. Dopo qualche tempo, Charles tornò in Spagna per un altro concerto, stavolta a Barcellona, e io andai anche lì. Ero seduta tra il pubblico ed avevo un cappello in testa, forse per quello attrassi alcuni del suo staff a fine concerto mi vennero vicino e parlammo per un po’. Raccontai loro la mia incredibile storia e loro rimasero felicemente sorpresi, come Te e Mariassunta, e mi dissero che lui era già andato via ma che avrei dovuto contattarli ad un prossimo concerto perché me lo avrebbero presentato. E così fu! Quando tornò per un altro concerto in Spagna, a San Sebastian, lo conobbi e da quel momento l’ho sempre seguito in giro per il mondo per tutti i suoi concerti, sono entrata a far parte in un certo modo, diciamo, del suo staff. Lui era un per me come una medicina, mi rasserenava vederlo e sentirlo parlare, era sempre discreto e molto educato, si interessava alle mie condizioni di salute. Era una persona straordinaria, con un cuore grandissimo, faceva molta beneficenza ma non voleva si sapesse.

Che rapporto aveva con l’Armenia?
Aveva l’Armenia nel cuore, quando ci fu il terremoto e rimase senza energia per settimane lui intervenne in prima persona e portò la luce in tutto il Paese. Per gli armeni lui era ma è ancora oggi una divinità, toccavano e toccano una sua immagine quasi con devozione. Lui è nato in Francia ma le sue origini sono armene e il suo attaccamento a quella terra era fortissimo. I suoi genitori erano armeni e quando ci fu il genocidio fuggirono prima in Grecia e poi in Francia ed è lì, a Parigi, che nacque il grande Charles. Lui era amato ovunque ma mi sento di dire che in Armenia era più amato che in Francia.
Nel mondo come era percepita la sua arte?
Ovunque era stimato e apprezzato, cantava in francese, in italiano, in inglese, in spagnolo, a novant’anni era impressionante, si esibiva ancora con grande successo in Giappone, nel sud America, in Europa.
“Le dernier mouchoir de Charles Aznavour”, cosa racconti in questo libro?
Al termine della canzone “La Bohème”, nella quale Aznavour canta i temi del ricordo e del rimpianto del passato nell’ormai lontana vita bohèmien di un artista parigino, Charlese lanciava al pubblico un fazzoletto con la sua firma. Quel fazzoletto ricorda simbolicamente quello che aveva tra le mani il pittore del periodo della Bohème, appunto. Aznavour in questa canzone, ambientata negli anni Quaranta/Cinquanta, ci descrive una felicità in quell’epoca in cui si era poveri ma bastava dipingere e cantare per essere felici.


Parlami di Alfredo e del “fazzoletto”.
Sai bene, Hercule, che Alfredo ha un fazzoletto incorniciato che riuscì a “conquistare” nel concerto di Milano e che tu hai visto a casa sua ma Alfredo è anche l’autore di questa bellissima fotografia che ho messo in copertina nel libro, dove si vede il lancio di Aznavour e il braccio teso di una ragazza che lo afferra. Nel libro racconto l’ultimo concerto di Charles e anche l’ultimo fazzoletto che lanciò e chi lo prese pur non sapendo nessuno di noi che sarebbe stato… le dernier Mouchoir perché quello sarebbe stato, purtroppo, il suo ultimo concerto.


Che rapporto aveva con l’Italia e con gli artisti italiani?
Eccezionale, veniva sempre con piacere in Italia e gli piaceva tutto, la bellezza della nazione, il cibo, l’arte e la sua musica. Era legato a tanti cantanti e parlava spesso di Massimo Ranieri.
Ed eccoci a… “L’Istrione”.
Un capolavoro, come tutte le sue canzoni. Per lui era un complimento questa parola anche se nel vocabolario non è proprio positiva lui la spiegava e cantava come una capacità della persona di sapersi adattare e saper fare bene tante cose. L’elemento istrionico per Aznavour era molto positivo, era davvero un complimento dire istrione ad una persona.
Cosa ti ha lasciato l’amicizia con Aznavour?
Una bellissima esperienza di vita, con lui sono guarita, mi ha fatto andare avanti, apprezzare la sua musica e i messaggi delle sue canzoni. Mi ha lasciato la fiducia, la voglia di combattere, di vivere. Lui iniziò a cantare che aveva otto anni e tutti ne parlavano male, dicevano che era brutto, basso, con una voce non bella ma lui ha sempre combattuto contro tutte queste maldicenze e a quarant’anni ha trovato il successo e se lo è tenuto per tutta la vita. Ecco, lui era un istrione!
La sua caratteristica più bella?
Sono due, la generosità e l’essere sempre disponibilissimo verso i giovani che inseguivano il sogno della musica.
E tu, Alfredo nostro, raccontaci qualcosa di Aznavour visto che in trent’anni di amicizia lo avrai fatto con me… appena mille volte.
Ahahah, beh, come tu hai fatto con me per don Bosco, ahahaha. Ho scoperto Charles Aznavour quando avevo 14 anni su un album intitolato “E fu subito Aznavour” e da li l’ho ascoltato per i seguenti 46 anni sino ad oggi. Mi ha catturato, con canzoni come “Non mi scorderò mai”, “La Bohème”, “Ed io tra di voi”, “L’amore è come un giorno” “Comme il’s disent” e tante altre meravigliose liriche. Il suo motto era: Canto l’amore perché credo che tutto derivi da esso. Lui cantava l’amore in tutte le sue forme, da quello romantico a quello passionale, con le sue fragilità le sue sofferenze e le sue gioie. Ha affrontato il tema dell’omosessualità, del divorzio, della guerra e del gioco d’azzardo. Ha cantato la fine di una relazione, l’amore nostalgico, quello non corrisposto e l’amore maturo. Finanche l’amore con una persona sordomuta con la bellissima “Mon emouvant amour”. Ha cantato la caducità della vita con brani come “Sa Jeneusse”. Insomma, ha cantato l’amore a 360 gradi. La sua capacità narrativa ed interpretativa era altissima per questo mi ha portato a seguirlo dai primi anni 2000 in tantissimi suoi concerti in Italia ed in Francia e ritengo senza alcun dubbio che sia uno dei più grandi artisti del mondo. La mia tenacia mi ha portato a conoscerlo a Venezia nel 2010, ad avere il fazzoletto della Bohème che mi ha lanciato alla fine della canzone al teatro degli Arcimboldi a Milano nel 2016 ed infine avendolo fotografato moltissimo in tutti i suoi concerti, sono stato autore con una mia fotografia scattata ad un concerto a Roma, della copertina del romanzo di Pascale Lora Shyns “Le dernier mouchoir de Charles Anznavour”, avendo legato per sempre il suo nome al mio. Canto tantissime sue canzoni in francese, italiano inglese e spagnolo ed ogni volta che le interpreto sento invadermi dalla forza innaturale dell’Amore che, come diceva lui, era la forza trainante della vita.