Giuseppe Furino: la Juve nel cuore, ieri, come oggi e come domani

È uno dei giocatori più amati dal “popolo” bianconero, uno dei calciatori più seri che abbia mai incontrato, un’atleta vero che sgomitava e lottava su ogni pallone con straordinaria energia e con grande impeto e determinazione. È il capitano storico della grande Juve di Trapattoni, il capitano che macinava chilometri per assistere e guardare le spalle di Mister Liam Brady e Monsieur Michel Platini; con la sua fascia da capitano colore bleu, lo abbiamo ammirato correre sui campi di tutta Europa per sradicare il pallone dai piedi degli avversari ed avviare il contropiede della squadra più amata dagli italiani. Giuseppe Furino, sessanta anni il prossimo Luglio, è nato a Palermo e vive a Torino, in quella città per taluni fredda e buia e per altri affascinante e romantica. Vive lì perché un giorno fu notato dagli osservatori della “Vecchia Signora” e fu portato a Torino, dove ha fatto tutte le trafile nelle squadre giovanili prima di arrivare in prima squadra e di diventarne un leader indiscusso e di straordinario successo. Furino ha il record degli scudetti vinti da un calciatore in assoluto e con la maglia bianconera, ben otto. Ricordo ancora come fosse ieri, perché ero al vecchio Stadio Comunale in quella giornata di festa come in mille altre occasioni passate e certamente future (… a noi juventini capita sovente di vincere e festeggiare), il momento in cui il caro “vecchio” Trap ordinò a Furino di entrare in campo per giocare i minuti finali  di  Juventus –  Avellino.  Era  il 1984,  c’era  uno sventolio di bandiere bianconere ed un fragoroso suono di trombe e trombette varie che annunciavano l’imminente trionfo nel campionato italiano della Juventus e Beppe entrò in campo; era teso, i muscoli delle gambe erano rigidi e tutto lo stadio, non solo i ragazzi della curva, iniziarono ad omaggiare il capitano di mille battaglie e mille successi con cori, striscioni e tamburi. Chi scrive, come tutti gli altri presenti allo stadio, aveva gli occhi lucidi e la pelle d’oca perché si stava rendendo onore ad un glorioso beniamino e lo scudetto della amata Juventus passava quel giorno in secondo piano, tanto forte era la riconoscenza per il vecchio “capitano” e tanto vicino era … il prossimo scudetto da vincere. Magie di Juve! In quel momento c’erano ricordi ed emozioni che imperversavano nelle nostre menti, a quel giocatore erano legati tanti successi e tante gioie, lui aveva guidato più generazioni di Juventus, lui ci ricordava uno scudetto vinto abbracciando un nonno che non c’era più, una coppa alzata al cielo al fianco della fidanzata di sempre, un trionfo in Europa sotto gli occhi felici della mamma che per l’occasione aveva preparato pizza e supplì per tutta la comitiva. Ecco, finiva la carriera di un gladiatore del centrocampo bianconero, del numero quattro per antonomasia della Juventus e si applaudiva un grande campione con la speranza, poi avveratasi, che i vari Bonini, Dehamps e Antonio Conte, macinassero anche loro negli anni migliaia di chilometri in nome della “Vecchia Signora”. Giuseppe Furino – un mito, una leggenda, un grande campione che insieme a tale Roberto Bettega, a Zoff, Scirea, Causio,Tardelli, Cabrini – ha fatto gioire milioni di persone nel Mondo, è rimasto un uomo dalla semplicità e dalla simpatia assoluta che parla con emozione e commozione dei suoi anni ruggenti e che continua a tifare Juventus a squarciagola. Un giorno, chiacchierando con Sebino Nela, gli chiesi chi fosse stato il suo idolo da ragazzino e lui mi rispose prontamente “Giuseppe Furino”, del quale ammirava, come chi scrive e come ogni vero intenditore di calcio, “il suo modo di giocare, la sua grinta, la sua forza, la sua cattiveria agonistica e la sua lealtà”.

Per quale squadra tifava da bambino?

Juventus, fortissimamente Juventus.

A che età, in quale squadra e in che ruolo ha iniziato a giocare?

Ho iniziato a giocare nelle giovanili della Juventus intorno ai dodici anni e inizialmente volevano farmi giocare da ala destra perché ero piccolino e scattante ma quel ruolo proprio non riuscivo a sopportarlo e l’allenatore Grosso mi trasformò in centrocampista, accondiscendendo alla mia volontà, che era quella di stare sempre in mezzo al gioco e di correre e lottare. Molto importanti nella mia carriera si sono poi rivelati i consigli e gli insegnamenti di Ercole Rabitti, che era il responsabile del settore giovanile e che è stato fondamentale nella mia crescita professionale perché mi ha insegnato a “leggere” una partita e l’importanza della tattica oltre che della tecnica.

Lei parla con grande trasporto del calcio ma crede che rappresenti ancora una palestra di vita con il suo doping amministrativo e farmaceutico?

Il doping è estraneo alle mie conoscenze in ogni sua forma e non ne condivido l’esistenza. Per me il calcio è una bellissima disciplina sportiva praticata da milioni di persone e comprende valori importantissimi non solo nello sport ma nella vita quotidiana, quali l’agonismo, la lealtà, la moralità. Non si diventa campioni e non ci si afferma solo con le capacità tecniche, che ovviamente ci vogliono ma che non sono le uniche a formare un calciatore, che deve sacrificarsi ed affiancare alle capacità prettamente sportive anche quelle doti morali cui ho fatto riferimento. Il calcio comprende un insieme di valori, sportivi ed etici, e pertanto è ancora oggi e sempre sarà per me, una palestra di vita.

Una parola su un grande calciatore e un grande uomo, patrimonio del calcio nazionale e che purtroppo non c’è più: Gaetano Scirea.

Gaetano arrivò alla Juve come era nel suo costume e nella sua educazione, in punta dei piedi dall’Atalanta. Ben presto si resero tutti conto, dirigenti, compagni, avversari e tifosi, che si trattava di un giocatore dotato di ottime qualità tecniche e di grandissime doti umane. Gaetano è stato per me un grande amico che ha dato tanto alla Juve, alla Nazionale, al calcio e a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.

Da un grandissimo juventino che purtroppo ci ha lasciati a un altro grandissimo juventino che per fortuna ci guida ancora verso grandi trionfi: una parola su Roberto Bettega.

Bettega è nato come me nella Juve e ha fatto cose grandissime da calciatore e continua a farle altrettanto grandi da Vice Presidente. È tifosissimo della Juventus, a cui ha legato il suo nome fin da bambino, quando è entrato nelle giovanili.

Qual è stata la sua partita più bella e quale la sua gioia più grande?

Mi sorprende, è una domanda interessante ma così, a bruciapelo, dirle la mia partita più bella, boh, forse quella che disputai in Germania dell’Est, a Magdeburgo, giocai davvero una grande partita e vincemmo per tre a uno, fu una soddisfazione enorme. Per quanto riguarda la soddisfazione più bella, anche questa è una domanda molto particolare, in tanti anni di Juve ho vinto molto ma forse la gioia più grande rimane legata alla doppia vittoria in quattro giorni, della Coppa Uefa ai danni dell’Atletico Bilbao e dello scudetto dei cinquantuno punti. Una Juve formidabile, davvero irresistibile.

A questo punto le faccio un’altra domanda insidiosa: più forte la Juve di Trapattoni o quella di Lippi?

Beh, pure questa è dura eh? Entrambi grandi Juve, squadre molto forti e solide, ma io continuo a pensare che era più forte la Juve di Trapattoni.

Perché aveva Furino?

Ah, ah, ah ma no, io ero solo un undicesimo di quella meravigliosa squadra nella quale giocavano campioni incredibili come Scirea, Zoff, Bettega, Tardelli, Causio, Cabrini e tanti altri giocatori e amici formidabili. Non dimentichiamo che molti di loro andarono a vincere in Spagna, nel 1982, la Coppa del Mondo con la Nazionale.

Ed eccoci al capitolo Nazionale, come mai un guerriero come lei non ha mai avuto fortuna con la maglia azzurra?

Non lo so, forse in quel momento non ci capimmo, ero stimato da tutti i tecnici della serie A e tutti mi avrebbero voluto nelle loro squadre, il mio valore lei lo conosce, non lo so davvero, forse avrebbe dovuto chiederlo ad Artemio Franchi o a Valcareggi, che è scomparso proprio ieri.

Bonini, Deshamps e Antonio Conte: i suoi eredi?

Tre grandi giocatori che hanno speso energie nel centrocampo della Juve proprio come me e che hanno rappresentato la continuità del gioco, della grinta e dei successi bianconeri.

È intenzione del Sottosegretario di Stato alla Difesa -On. Salvatore Cicu-, organizzare una partita di calcio tra campioni di ieri e di oggi e di devolvere in beneficenza l’incasso della partita. Sosterrà questa iniziativa e scenderà in campo anche lei?

Sosterrò senz’altro questa iniziativa ma quanto a scendere in campo dovrebbe assicurami, vista la mia età, che i calciatori in attività giocheranno esclusivamente con il loro piede non naturale, per intenderci se sono destri con il sinistro e viceversa e cammineranno invece di correre; in quel caso, potrei valutare seriamente anche l’ipotesi di giocare. A parte gli scherzi, sono solidale con questa iniziativa e farò quanto nelle mie possibilità.

Grazie Beppe e forza Juve.

Ci vediamo a Torino o a Roma e … sempre forza Juve.

Intervista in esclusiva per il libro realizzata in data 03.11.2005

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